Nel 2025 il 76% del gas liquefatto importato è arrivato dagli Stati Uniti, mentre il Qatar ha perso terreno

Nelle case britanniche il gas non ha odore né bandiera: si preme un interruttore e il riscaldamento parte. Eppure, a fine settembre, una correzione silenziosa nei dati ufficiali ha riscritto la provenienza di quel gas. Il 30 luglio scorso il Department for Energy Security and Net Zero (DESNZ) aveva pubblicato il Digest of UK Energy Statistics (DUKES) 2026, la pubblicazione annuale che offre un quadro dettagliato e completo sulla produzione e sul consumo dei singoli combustibili e dell’energia nel suo insieme. Il 29 settembre, però, il capitolo 4 è stato modificato per incorporare nuove informazioni fornite dai data supplier sul paese di origine del GNL importato nel 2025.

La correzione che cambia la fotografia

Per capire cosa è successo bisogna entrare in una pubblicazione che normalmente non fa notizia: il DUKES, curato dal DESNZ. La correzione non riguarda una virgola qualunque. Il GNL, gas naturale liquefatto, arriva via nave: sapere da quale paese parte non è un dettaglio da libro contabile, perché ogni rotta porta con sé tempi, prezzi e rischi geopolitici diversi. Inserire il paese di origine per il 2025 significa ridisegnare la mappa di chi rifornisce le centrali e le caldaie britanniche.

Ma quella correzione non è solo un esercizio statistico: sposta il baricentro della sicurezza energetica britannica?

Il paradosso: importiamo meno, ma da uno solo

I numeri del DUKES rispondono con un paradosso. Secondo l’analisi dell’Energy & Climate Intelligence Unit, nel 2025 il 46% dell’energia primaria utilizzata per fornire elettricità al Regno Unito è stata importata, in calo dal 48% del 2024 e dal picco del 67% del 2013. È la quota più bassa dal 2004, oltre vent’anni fa. In apparenza, il Regno Unito non è mai stato così “britannico” nella produzione di elettricità degli ultimi due decenni.

Il rovescio della medaglia è che la base produttiva interna continua a restringersi. La produzione britannica di petrolio e gas è del 75% inferiore al picco registrato nel 1999 e del 34% inferiore ai livelli pre-pandemia del 2019. In altre parole, se la quota importata scende non è perché il Mare del Nord produce di più, ma perché la domanda di energia primaria per l’elettricità si sta trasformando e una parte crescente del gas che deve comunque arrivare dall’estero ha un indirizzo sempre più riconoscibile.

Quell’indirizzo sono gli Stati Uniti. Nel 2025 le importazioni di GNL dagli Stati Uniti sono aumentate del 38% rispetto al 2024, arrivando a rappresentare il 76% delle importazioni totali di GNL e il 13% dell’offerta lorda. Storicamente il Qatar era la principale fonte di importazione di GNL: al suo picco nel 2011 valeva quasi il 40% delle importazioni totali e ha mantenuto quella posizione fino al 2022. Ma il GNL qatariota nel 2025 è sceso di un ulteriore 4,2% rispetto al 2024. Il sorpasso non è ancora una parentesi: è un cambio di leadership nei flussi.

Cosa cambia per chi accende il riscaldamento

La paura non è solo un numero demoscopico. In un sondaggio YouGov citato dall’Energy & Climate Intelligence Unit, diffuso lo scorso luglio, circa otto britannici su dieci (79%) si dichiarano preoccupati all’idea che il Regno Unito diventi dipendente dal gas proveniente dagli Stati Uniti, con una preoccupazione che attraversa gli schieramenti politici. Tradotto in termini pratici: famiglie e imprese si stanno abituando ad avere un fornitore dominante in rapida ascesa, mentre la produzione interna continua a calare.

Quando una quota crescente di GNL arriva da un solo paese, la bolletta non si limita a registrare il prezzo del gas sul mercato: registra anche la concentrazione dei fornitori. Un problema logistico o un’asta più competitiva con altri acquirenti si trasmettono più facilmente ai consumatori britannici. Non serve immaginare scenari estremi: basta osservare che il Qatar, fino a pochi anni fa il primo fornitore, ha già ridotto il suo peso, e che il Regno Unito ha pochi margini per compensare un’eventuale battuta d’arresto del GNL americano con produzione interna, dato che il petrolio e il gas del Mare del Nord sono scesi del 34% rispetto al 2019.

Il punto non è se il gas americano continuerà a crescere, ma quanto il Regno Unito saprà assorbirne il prezzo e la volatilità mentre la produzione interna scende ancora. La prossima volta che si accende il riscaldamento, dietro quel gesto c’è una geografia che sta cambiando: il Regno Unito non importa meno energia, ma importa più dipendenza da un solo partner.