Il 95 per cento dei progetti intrappolati nelle code di interconnessione è costituito da impianti eolici, solari o batterie. Eppure per mesi i gestori di rete hanno chiesto ai giudici di smantellare proprio le regole pensate per sbloccarli. Lo scorso 31 luglio la Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Circuito del Distretto di Columbia ha detto no: i ricorsi contro l’Order 2023 della Federal Energy Regulatory Commission sono stati respinti. La Corte ha concordato con il Sierra Club, che difende l’Order 2023 fin dalla sua adozione, e ha stabilito che la Commissione ha agito correttamente nell’emettere la norma.

Il verdetto che cambia le regole

Lo scorso 31 luglio la D.C. Circuit ha respinto le molteplici istanze contro l’Order No. 2023 della FERC, lasciando intatte le riforme nazionali alle procedure di interconnessione dei generatori. Secondo la ricostruzione di Washington Energy Law, i giudici hanno concluso che la Commissione ha agito entro i poteri conferiti dalla Sezione 206 del Federal Power Act. L’Order imponeva riforme importanti per aggiungere più energia pulita alla rete elettrica e indirizzava gli operatori di rete ad affrontare i backlog di lunga data, offrendo un percorso per una riforma significativa delle code di interconnessione. Ma se l’esito era atteso, non lo erano le ragioni di chi si opponeva.

La riforma e le sue spine

Il cuore dell’Order No. 2023 è un cambio di approccio: il tradizionale processo di studio seriale “first-come, first-served” viene sostituito da un modello raggruppato “first-ready, first-served”. Non conta più chi si mette in coda per primo, ma chi è pronto per primo. In teoria, questo dovrebbe sbloccare i progetti che hanno già completato gli studi e sono in grado di collegarsi, invece di lasciarli ostaggio di chi ha prenotato un posto senza avanzare. In pratica, la riforma impone anche scadenze ferme per gli studi di interconnessione, sostenute da penali per ritardo a carico dei gestori di rete.

Proprio qui si è concentrata la battaglia giudiziaria. I transmission provider e le regional transmission organization hanno contestato aspetti diversi della norma, sostenendo che le disposizioni sulle scadenze e sulle penali eccedessero l’autorità statutaria della FERC. L’argomento più interessante è quello sulle penali: secondo i ricorrenti, operavano come sanzioni punitive piuttosto che come misure correttive e non tenevano adeguatamente conto dei ritardi causati da fattori fuori dal controllo di chi gestisce la rete. In altre parole, chi è chiamato a costruire e potenziare le infrastrutture temeva di essere punito per eventi che non può governare.

È qui che la vicenda assume un tono paradossale. Il 95 per cento dei progetti intrappolati nel backlog è fatto di impianti eolici, solari o batterie. Eppure a chiedere ai giudici di smantellare le regole pensate per sbloccare quelle code sono stati proprio i soggetti che quelle code dovrebbero gestire. La Corte non ha accolto la tesi delle penali punitive, ma l’ironia resta: la riforma era nata per accelerare la transizione, e i primi a impugnarla sono stati i custodi delle infrastrutture che quella transizione dovrebbe rendere più veloce.

Cosa resta aperto

La vittoria legale del Sierra Club e della FERC non elimina le incognite operative. Le penali per ritardo sono state confermate, ma resta da capire come verranno applicate nei casi concreti. I ricorrenti avevano sollevato una domanda che la sentenza non ha sciolto nel merito: cosa succede quando il ritardo non dipende dal fornitore di trasmissione? Un ordine può fissare scadenze, ma non può eliminare i tempi reali degli studi, la disponibilità dei dati, le controversie locali o i problemi di catena di approvvigionamento. La Corte ha detto che la FERC aveva l’autorità per imporre quelle regole; non ha detto, né poteva dire, che ogni ritardo sarà automaticamente colpa di chi gestisce la rete.

È questo il fronte su cui si sposterà la battaglia, ora che i ricorsi sono stati respinti. Il principio “first-ready, first-served” è confermato, ma la sua tenuta dipenderà dall’attuazione concreta: le scadenze saranno rispettate? Le penali scatteranno davvero? E soprattutto, chi pagherà quando il ritardo non dipende dal fornitore? La sentenza ha chiuso la questione giuridica, ma ha lasciato aperta quella pratica. Ed è lì che si giocherà la prossima partita.