Le plug-in cinesi crescono del 600% dopo i dazi, spostando la gara su modelli più facili da adottare.

Sei in concessionaria a guardare un SUV elettrico cinese e chiedi se i dazi lo faranno aumentare. Il venditore alza le spalle. Fuori, però, i numeri dicono che il prezzo non è più l’unica cosa da guardare. Lo scorso 13 luglio, Transport & Environment ha provato a rispondere alla stessa domanda con il rapporto curato da Lucien Mathieu, direttore della divisione auto, pubblicato a Bruxelles. Il paradosso è tutto nei dati: le tariffe ci sono, eppure la Cina continua a crescere.

Dazi al 35,3%, ma la Cina avanza lo stesso

Partiamo dal dubbio: i dazi bastano? La misura esiste ed è pesante. Il 4 ottobre 2024 il Consiglio dell’UE ha adottato la proposta della Commissione europea di imporre dazi compensativi definitivi fino al 35,3% sulle importazioni di veicoli elettrici a batteria dalla Cina; le tariffe sono entrate in vigore il 31 ottobre 2024, in aggiunta al dazio standard del 10%. Per chi compra, questo significa che su alcuni modelli il conto doganale può superare il 45% del valore del veicolo.

Eppure le vendite non si sono fermate. Secondo T&E, nel 2025 le case cinesi hanno immatricolato 550.000 auto nell’UE, circa il 10% dell’intero mercato automobilistico: dieci auto su cento. Tradotto, i dazi hanno reso più cara la partita, non l’hanno chiusa. Ma la parte più sorprendente non è nelle auto elettriche pure: a maggio 2025 è successo qualcosa alle ibride plug-in.

Il boom che i dazi non vedono

Se la quota di elettriche cinesi è già un segnale, il balzo delle ibride plug-in cambia la prospettiva su quali auto arriveranno davvero nei listini. Già a maggio 2025, le esportazioni cinesi di ibride plug-in verso l’UE erano aumentate del 600% su base annua: un balzo straordinario, arrivato dopo l’entrata in vigore dei dazi sulle elettriche pure. È il dato meno raccontato della vicenda, perché sposta la competizione su modelli che molti consumatori considerano più facili da inserire nella propria routine.

I numeri più recenti vanno nella stessa direzione. Nei primi cinque mesi del 2026, secondo i dati di Schmidt Automotive Research, la quota di auto elettriche vendute da marchi cinesi in Europa occidentale ha raggiunto il 14,2%: una su sette. In cifre assolute sono 171.800 unità, con un aumento di quasi cinque punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2025. Attenzione a leggere bene il dato: il 14,2% riguarda la fetta elettrica del mercato, non tutte le auto. Ma è proprio lì che si gioca la crescita dei prossimi anni.

E non è finita. I consulenti di AlixPartners prevedono che le case automobilistiche cinesi raggiungano il 16% del mercato europeo entro il 2030. A questo punto la domanda non è più se la Cina crescerà — sta già crescendo — ma come scegliere senza farsi cogliere impreparato.

Cosa conviene guardare prima di firmare

Dai numeri alla concessionaria il passo è breve, e una previsione al 16% non è un consiglio d’acquisto. Neanche l’industria europea ragiona per tifoserie. Nel 2025, anno del cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Cina e Unione europea, Sigrid de Vries, segretaria generale dell’associazione europea dei costruttori di automobili, ha dichiarato in un intervento video che Cina ed Europa sono molto allineate sugli obiettivi di sviluppo a basse emissioni e sullo sviluppo di veicoli intelligenti e connessi. Detto in parole semplici: la competizione non è tra buoni e cattivi, ma tra tecnologie, costi e reti di assistenza.

Per chi compra, i dati non cambiano le priorità concrete. Prima di firmare conviene verificare tre cose: durata e termini della garanzia sul pacco batteria, tempi di consegna dei ricambi e costo reale dell’assistenza nel proprio Paese. Una quota di mercato in crescita non dice nulla su come un marchio gestirà un guasto tra cinque anni, a trecento chilometri da casa.

Non c’è una risposta ideologica. Il mercato cambierà, ma la scelta di un’auto deve reggere tra cinque anni di utilizzo, non tra cinque titoli di giornale.