Il consumo elettrico dei data centre cresce del 15% all’anno e spinge la ricerca di cavi superconduttori a zero perdite
La prossima volta che aprite la bolletta e vi chiedete chi abbia consumato tutta quell’energia, provate a contare quante volte, in un giorno qualunque, avete chiesto qualcosa a un assistente digitale. Ogni risposta vi arriva in un secondo, ma dietro c’è un capannone pieno di server che non si vede e che pesa sulla rete elettrica. È in questo contesto che, lo scorso luglio, un cavo superconduttore italiano a zero perdite è stato presentato come possibile risposta al fabbisogno energetico dei data centre del futuro.
La bolletta che cresce da sola
I numeri aiutano a capire che il problema non è più di nicchia. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 il consumo elettrico dei data centre era stimato a circa 415 terawattora, pari a circa l’1,5% del consumo globale di elettricità. Negli ultimi cinque anni è cresciuto del 12% all’anno. E la proiezione è che raddoppi, arrivando a circa 945 TWh entro il 2030: poco meno del 3% del consumo totale mondiale. Dal 2024 al 2030, sempre secondo l’IEA, il consumo elettrico dei data centre crescerà di circa il 15% all’anno, più di quattro volte più velocemente rispetto alla crescita del consumo di tutti gli altri settori messi insieme.
Qui conviene fare una precisazione onesta. I dati di Our World in Data mostrano che i data centre dedicati all’AI consumano, nel complesso, meno di quelli non-AI — ma le proiezioni indicano che questo divario si chiuderà rapidamente. Il punto non è incolpare l’assistente digitale, ma capire come portare quantità crescenti di energia ai server senza occupare spazio inutile e senza far esplodere i costi di rete.
Il cavo che non ha bisogno dell’elio liquido
La risposta arriva da un materiale che funziona a temperature molto meno estreme di quelle dei superconduttori classici. I superconduttori impiegati nei grandi acceleratori di particelle richiedono il raffreddamento con elio liquido a circa 2 kelvin: una condizione costosa e tecnicamente complessa. Il cavo sviluppato nell’ambito del progetto SURE usa invece il diboruro di magnesio, un materiale che opera a circa 20 kelvin (meno 253 gradi Celsius), riducendo il costo di raffreddamento di oltre dieci volte. Il progetto è finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso il Fondo Italiano per le Scienze Applicate con 5,8 milioni di euro in cinque anni e conclusione prevista nel 2031; il prototipo avrà una lunghezza di 50 metri, una potenza di 0,6 megawatt e una parte superconduttiva da 1500 ampere a 400 volt.
Il principio è quello che conta davvero: secondo Marco Nassi, amministratore delegato di ASG Superconductors, questa innovazione consente di trasportare fino a dieci volte più energia, a parità di dimensioni, rispetto alle tecnologie di cavo tradizionali. Non è l’unico filone in cantiere: è nato anche il progetto IRIS, finanziato dal MUR con fondi del PNRR, che ha portato allo sviluppo del primo prototipo di cavo superconduttivo da 1 gigawatt. ASG Superconductors sarà responsabile della progettazione, produzione e qualificazione del cavo prototipo IRIS, lungo 130 metri, che verrà testato al Test Facility for Large Magnets and Superconducting Lines di Salerno, un laboratorio gestito dall’INFN e dal Dipartimento di Fisica dell’Università di Salerno. La tecnologia superconduttiva basata su diboruro di magnesio è già stata testata al CERN nell’ambito del progetto HiLumi-LHC per l’aggiornamento dell’acceleratore LHC.
La prova del nove e la corsa dei colossi
Ma un prototipo da laboratorio non basta: chi lo userà davvero, e su quale scala? I nuovi data centre hyperscale sono progettati per potenze vicine o superiori a 5 gigawatt, un ordine di grandezza superiore alle strutture della generazione precedente. Portare quella quantità di energia con cavi tradizionali significa occupare molto spazio e caricare la rete in modo pesante. Poiché i superconduttori occupano meno spazio per muovere grandi quantità di energia, potrebbero aiutare a costruire sistemi più puliti e compatti: è la ragione per cui Microsoft sta studiando la tecnologia HTS per capire come i propri data centre possano soddisfare la crescente domanda di energia e migliorare la sostenibilità operativa.
Resta da vedere se i tempi saranno abbastanza rapidi. Il progetto SURE si concluderà nel 2031, mentre il consumo elettrico dei data centre cresce del 15% all’anno. Il dubbio non riguarda tanto il funzionamento del cavo — la tecnologia è già stata sperimentata al CERN — quanto la capacità di industria e istituzioni di trasformare i prototipi in infrastrutture prima che la pressione sulla rete diventi difficile da gestire.
Per cittadini e imprese, la prima conseguenza non sarà un cavo superconduttore in casa: sarà una rete elettrica meno congestionata e, forse, costi di raffreddamento abbastanza bassi da frenare la corsa della bolletta legata ai servizi digitali che usiamo ogni giorno senza pensarci.




