La potenza richiesta dai progetti nello Stato è decuplicata in tre anni, mentre il Texas ha congelato 1.800 richieste
Mettetevi nei panni di un piccolo negozio di New York: stessi orari, stessi macchinari, stesso consumo di energia. Eppure la bolletta sale. Non è solo il prezzo sul mercato: è anche il peso di chi chiede di collegarsi alla rete. A metà luglio, lo Stato di New York contava quattro data center hyperscale già operativi e altre 39 richieste in attesa. E ad agosto, il Texas ha bloccato tutto. La domanda per chi paga la bolletta ogni mese è una sola: chi si prende il conto di questa corsa?
La bolletta non torna: cosa c’entrano i data center?
La scala del fenomeno è nei numeri. I progetti di data center a New York sono passati da sei progetti per circa 1.045 megawatt nel 2022 a 48 proposte per circa 12 gigawatt alla fine di dicembre 2025. Non è una crescita lineare: in tre anni la potenza richiesta si è moltiplicata per più di dieci.
Perché questo tocca anche chi non possiede un server? Perché la rete elettrica è un bene condiviso: quando arrivano consumatori che assorbono potenze da gigawatt, i costi per adeguare la rete non spariscono, si ridistribuiscono tra tutti gli utenti. A metà luglio la governatrice Kathy Hochul ha parlato esplicitamente di bollette più alte, risorse naturali esaurite e incertezza per i newyorkesi. Ma come ha reagito lo Stato di New York a questa pressione? La risposta è in una sequenza di decisioni pubbliche arrivate tra giugno e luglio.
Il freno che arriva da Albany: una moratoria in tre atti
La reazione di New York si è mossa su tre livelli. Il 4 giugno il Senato ha approvato il disegno di legge per la moratoria con un voto di 44-16; l’Assemblea ha fatto lo stesso con 102-39. Poi, a metà luglio, la governatrice Kathy Hochul ha firmato l’ordine esecutivo: secondo l’ufficio della governatrice, i permessi ambientali statali per i data center che possono usare 50 o più megawatt di potenza sono sospesi temporaneamente fino a un anno. La motivazione, nelle parole della stessa Hochul: «Mentre lo sviluppo dei data center minaccia di far aumentare le bollette, esaurire le nostre risorse naturali e creare incertezza per i newyorkesi, è mia responsabilità agire e guidare». Resta una domanda: se New York frena, cosa succede negli stati che finora hanno attirato i data center?
Texas contro New York: due freni, una sola lezione
Se il caso newyorkese potesse sembrare isolato, il confronto con il Texas toglie ogni dubbio. Ad agosto il governatore Greg Abbott ha dichiarato una moratoria su tutte le nuove connessioni alla rete elettrica per i data center. Il dato che spiega la scelta: la coda ERCOT contava 1.800 progetti di data center, per una richiesta complessiva di 474 gigawatt.
E New York, intanto, ha scelto un orizzonte più lungo della pausa annuale sui permessi ambientali: già lo scorso febbraio era stata imposta una moratoria sulla costruzione di nuovi data center fino alla fine del 2029. Due stati diversissimi per cultura politica — il Texas del libero mercato e la New York dell’intervento pubblico — sono arrivati alla stessa conclusione: lasciare che la domanda cresca senza controllo rischia di scaricare i costi su chi la rete la usa ogni giorno.
Per chi paga la bolletta, il messaggio è questo: la moratoria non elimina la domanda di energia, la sposta. I data center non smettono di consumare da un giorno all’altro, e la pressione sulle reti si sposterà in altri stati o in altri regimi. Il dibattito resterà acceso, e la scelta più utile è guardare non solo al prezzo dell’energia, ma anche a chi la consuma. Perché la corsa non è finita: ha solo cambiato corsia.




