La nuova regola dei servizi federali elimina la protezione dell’habitat per le specie minacciate, ma la causa di Earthjustice ne

Il bosco, il taglio e il dubbio

Immaginate un proprietario terriero dell’Oregon che deve decidere se ripulire una porzione di bosco. Fino a un mese fa, se quel taglio avesse modificato in modo significativo l’habitat di una specie protetta, poteva valere come «danno» ai sensi dell’Endangered Species Act, e quindi come «take», con il rischio di una causa federale. Da metà luglio non più: lo scorso 14 luglio lo U.S. Fish and Wildlife Service e il National Marine Fisheries Service hanno pubblicato nel Federal Register la regola finale che rescinde la definizione regolamentare di «harm». Che cosa è cambiato, esattamente, in quella definizione?

Una definizione che divide da cinquant’anni

Per rispondere serve guardare alla storia della definizione, non al comunicato. La definizione di «harm» non è nata con l’attuale amministrazione: già nel 1975 il Fish and Wildlife Service promulgò definizioni regolamentari che ampliavano il significato di «take» fino a includere azioni che degradano l’habitat delle specie protette. La definizione arrivata fino a noi considera «danno» anche la modifica o il degrado significativo dell’habitat che uccide o ferisce la fauna selvatica alterandone comportamenti essenziali come la riproduzione, l’alimentazione o il riparo.

Nel 1995 quella lettura è stata messa alla prova. La Corte Suprema, nel caso Sweet Home, respinse la sfida alla regolamentazione dei Servizi: con una decisione 6-3, citando Chevron, confermò la definizione di «danno» che include la modifica significativa dell’habitat come interpretazione ammissibile dell’ESA. Non era però una lettura pacifica: il dissenso del giudice Scalia in Babbitt v. Sweet Home sosteneva che «take» andasse inteso come un atto affermativo diretto sulla fauna, non come una modifica dell’habitat. È proprio a quella lettura che si è appoggiata la proposta dei due Servizi: quando hanno annunciato la regola, NOAA e FWS hanno spiegato che la definizione vigente andava contro la migliore lettura di «take» e che l’obiettivo era riallineare la definizione al testo semplice dell’ESA, come sostenuto nel dissenso di Scalia.

Il percorso si è chiuso lo scorso 14 luglio, dopo un periodo di commenti pubblici terminato il 19 maggio 2025 con circa 358.000 commenti ricevuti. Nelle motivazioni della regola, l’amministrazione sostiene di aver ripristinato il buon senso, rispettato la proprietà privata e dato certezza ai proprietari terrieri seguendo lo statuto approvato dal Congresso. Ma la reazione non si è fatta attendere: Earthjustice ha già intentato una causa contro la revoca. «Fare questo tipo di cambiamento drastico non ha alcun senso giuridico, perché va contro lo scopo e lo spirito fondamentali della legge stessa», ha detto Kristen Boyles, avvocata di Earthjustice, definendo la decisione «irragionevole». Se la regola è ormai pubblicata, la domanda diventa: chi paga il costo della revoca?

Cosa conviene aspettarsi adesso

Per chi possiede terra, il passaggio dalla regola alla vita reale è diretto. Con la revoca della definizione, una modifica dell’habitat non rientra più nella definizione di «harm» e quindi si riduce l’esposizione al rischio di una causa federale per «take». Per chi invece dipende dall’habitat delle specie minacciate o in pericolo, il rischio cresce. Secondo il tracker dell’Environmental & Energy Law Program di Harvard, la revoca rimuove le protezioni per l’habitat da cui dipendono le specie minacciate e in pericolo.

La causa di Earthjustice, intanto, indica che la partita non è chiusa: i ricorsi sono già partiti e il confine legale può tornare a spostarsi. Chi possiede terra può muoversi con meno vincoli, ma non deve illudersi che la certezza sia definitiva. Informarsi prima di intervenire resta la mossa più prudente.