I mercati obbligazionari prezzano già il rischio climatico, mentre le agenzie di rating restano indietro
Entro il 2050, il Prodotto Interno Lordo dell’Italia potrebbe essere inferiore fino a 6 punti percentuali rispetto a uno scenario senza danni climatici. Non è una proiezione fantascientifica, ma la stima contenuta nell’analisi appena pubblicata dal CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – in collaborazione con Deloitte Climate & Sustainability e l’European University Institute. La ricerca colloca questo costo potenziale in uno scenario di crescita tendenziale con temperature più elevate, mentre in uno scenario di alta crescita la forchetta scende tra l’1,6% e il 4,2%. La forbice è ampia perché l’incertezza è strutturale, ma la direzione di marcia è inequivocabile.
A rendere il quadro più concreto è l’accelerazione delle perdite estreme. Nel periodo 1980-2024, gli eventi climatici estremi hanno causato nell’Unione europea perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro. Poco più di un quarto di questa cifra — oltre 208 miliardi — si è concentrato nel solo quadriennio 2021-2024. In quattro anni è andato in fumo più del 25% del totale degli ultimi quarantacinque. Il ritmo a cui il conto climatico si sta accumulando non è lineare: accelera. E per un paese come l’Italia, dove la crescita è già strutturalmente bassa, la perdita cumulata di prodotto interno lordo nell’arco di venticinque anni potrebbe raggiungere il 15%, secondo le elaborazioni del CMCC. Ma questi numeri non restano confinati nella ricerca economica: stanno già influenzando i mercati finanziari.
Il rischio climatico è già nello spread
Il rischio climatico non è più una questione che riguarda soltanto le polizze assicurative o la pianificazione territoriale: è anche un rischio sovrano. A dirlo non sono gli ambientalisti, ma i mercati obbligazionari. Già nel 2026, il lavoro di Capriotti e Muzzioli pubblicato su International Economics and Economic Policy ha mostrato che il rischio climatico è già prezzato negli spread dei titoli sovrani dell’area euro. Gli investitori non aspettano le future catastrofi: scontano oggi la probabilità che si verifichino, traducendola in un premio al rischio più elevato su alcuni debiti pubblici piuttosto che su altri.
Questo scollamento tra la realtà dei mercati e il mondo delle valutazioni ufficiali è visibile anche nel comportamento delle agenzie di rating. Da un lato, l’ECB Research Bulletin fa notare che le agenzie di credito tengono conto dell’esposizione al rischio fisico nella valutazione della probabilità di default di uno Stato sovrano — e sarebbe sorprendente il contrario. Dall’altro lato, la stessa ricerca della BCE sottolinea come l’impatto dei rischi climatici fisici sui rating sovrani rimanga ancora marginale. In altre parole, i mercati già reagiscono; le agenzie di rating, che per mandato dovrebbero misurare proprio l’affidabilità creditizia, sono in ritardo.
Il costo di questo ritardo rischia di amplificare vulnerabilità che l’Italia già conosce bene. Il cambiamento climatico, spiegano i ricercatori del CMCC, può raddoppiare i rischi associati al rifinanziamento del debito italiano. Non serve un default per subire un danno: basta che aumenti il costo del servizio del debito in un paese con uno stock di passività pubbliche tra i più alti d’Europa. La pressione sulle posizioni fiscali dei paesi, come osserva l’ECB Research Bulletin, può diventare significativa. E Matteo Calcaterra del CMCC lo sintetizza così: mitigazione e adattamento climatico non sono solo strumenti di protezione ambientale, ma fattori chiave per la stabilità macroeconomica e finanziaria dell’Italia.
Cosa aspettarsi: debito e rating sotto pressione
Se i mercati obbligazionari già prezzano il rischio climatico, quali conseguenze dobbiamo aspettarci per il futuro del debito e dei rating? Il punto non è se le agenzie di rating colmeranno il ritardo, ma quando. E quando lo faranno, il costo del rifinanziamento per un paese come l’Italia potrebbe subire un doppio colpo: la percezione di un rischio climatico più elevato che si somma a fondamentali fiscali già fragili. In un circolo vizioso che parte dai danni fisici e arriva fino agli spread, il moltiplicatore climatico non fa che amplificare i problemi esistenti.
La cifra che dovrebbe tenere svegli i policy maker, più ancora della proiezione puntuale sul 2050, è quella della perdita cumulata: un 15% di crescita che l’Italia rischia di non vedere mai in venticinque anni. Il mercato obbligazionario italiano non può più permettersi di ignorarlo — e infatti non lo sta più facendo.




