L’annuncio dei 50 miliardi per la Pan-Asia Power Grid arriva mentre la domanda di data center corre più veloce dell’offerta
Cinquantamiliardi di dollari. Una cifra che fa girare la testa, soprattutto se promette di collegare le reti elettriche nazionali dell’Asia in un’unica, immensa infrastruttura di scambio energetico transfrontaliero. L’immagine è potente: elettroni puliti che viaggiano senza ostacoli dal Laos alla Cambogia, dall’India al Vietnam, accendendo case, fabbriche, scuole. Peccato che oltre 400 milioni di persone, nella stessa regione, non abbiano ancora un accesso affidabile all’elettricità — più di 350 milioni con accesso limitato e altri 53 milioni senza alcuna connessione, secondo i numeri emersi durante l’Asia Clean Energy Forum. La domanda, prima ancora di entrare nei tecnicismi, è elementare: la Pan-Asia Power Grid sarà una risposta alla povertà energetica o un canale per servire chi l’energia già la consuma, e troppa?
Il paradosso dei 50 miliardi
L’annuncio è arrivato lo scorso 9 giugno, durante la giornata inaugurale del forum ACEF 2026, ospitato come sempre nella sede della Banca Asiatica di Sviluppo a Manila. A prendere la parola è stato il presidente dell’ADB, Masato Kanda, e il messaggio era chiaro: la Pan-Asia Power Grid Initiative, o PAGI, punta a mobilitare 50 miliardi di dollari entro il 2035 per connettere le reti nazionali e scalare il commercio di energia pulita oltre i confini. Un progetto ambizioso, che poggia su un presupposto apparentemente ineccepibile: la transizione energetica ha bisogno di infrastrutture fisiche, non solo di buone intenzioni.
Ma il contesto in cui l’annuncio è maturato rende il quadro più complesso. La stessa conferenza si è svolta — dall’8 all’11 giugno — sotto il peso di una tensione mai completamente esplicitata: la domanda di energia in Asia sta correndo molto più in fretta dell’offerta. E non per colpa dei villaggi rurali o delle periferie industriali. Dietro l’accelerazione c’è un motore nuovo, silenzioso e affamato.
La fame nascosta: i data center divorano megawatt
I numeri dicono quello che i comunicati stampa tendono a sorvolare. La crescita della domanda energetica per data center nel Sud-est asiatico, in questo momento, è più del doppio della crescita della generazione di elettricità nella stessa regione. Mentre la produzione di potenza arranca sotto il 7 per cento annuo, la richiesta delle server farm avanza a un ritmo che la doppia abbondantemente. Wood Mackenzie ha messo nero su bianco la proiezione: tra il 2025 e il 2035 la potenza assorbita da queste strutture quadruplicherà, passando da 2,6 a 10,7 gigawatt. Se oggi i data center rappresentano l’1 per cento della domanda di picco regionale, nel 2035 ne varranno tra il 3 e il 4 per cento.
È un’accelerazione che non riguarda solo l’Asia. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che la domanda elettrica globale dei data center più che raddoppierà entro il 2030, arrivando a circa 945 terawattora. E il segmento più vorace, quello dei data center ottimizzati per l’intelligenza artificiale, farà ancora meglio: la sua richiesta è attesa più che quadruplicare nello stesso arco di tempo. Sono macchine che addestrano modelli, servono inferenze, alimentano l’economia digitale globale. Ma hanno bisogno di energia costante, prevedibile, possibilmente a basso costo. Ed è qui che la Pan-Asia Power Grid assume una fisionomia diversa da quella raccontata sui palchi.
Quando si progetta una rete di interconnessione elettrica su scala continentale, non lo si fa immaginando il carico diffuso di un milione di villaggi. Lo si fa con la mappa dei grandi centri di consumo in mano. E in Asia, oggi, i più grandi centri di consumo incrementali sono i cluster di data center che stanno sorgendo in Indonesia, Vietnam, Filippine. Con questi numeri, viene da chiedersi: chi siede davvero al tavolo quando si disegna la rete del futuro?
Vincitori e vinti della rete del futuro
Mentre i megawatt vengono risucchiati dai server, i segnali che arrivano dalle istituzioni finanziarie prendono direzioni molto precise. Già nel novembre 2025, l’ADB aveva completato la revisione della sua Politica Energetica, ampliando il sostegno allo sviluppo dell’energia nucleare. Un aggiornamento non simbolico, che ha plasmato l’intera impostazione dell’ACEF 2026. Il direttore generale dell’AIEA, Rafael Mariano Grossi, intervenendo al forum, ha confermato che diversi paesi del Sud-est asiatico stanno percorrendo «seri percorsi esplorativi» verso il nucleare. Il messaggio è limpido: la banca multilaterale che guida il finanziamento dello sviluppo energetico regionale ha aperto la porta al nucleare, e l’industria si sta già posizionando.
Non è difficile immaginare i vincitori di questa configurazione. Da un lato, i grandi fornitori di tecnologia nucleare e i loro governi di riferimento, che vedono nella PAGI un vettore per esportare reattori e competenze. Dall’altro, gli hyperscaler del cloud e dell’intelligenza artificiale, per i quali una rete integrata significa accesso garantito a energia decarbonizzata e contrattualizzabile su scala pluriennale. Il rapporto “Green Horizon” della Banca Mondiale, pubblicato nel 2025, aveva già inquadrato la questione in una cornice di competitività economica regionale: l’energia rinnovabile come leva di crescita per l’Asia orientale. Ma la crescita, quando è trainata dai data center, non si distribuisce da sola.
E i vinti? Sono i 400 milioni di persone che ancora oggi, nella stessa Asia che progetta super-reti e discute di nucleare, non hanno elettricità affidabile. Il rischio è che la PAGI diventi uno strumento di giustizia energetica solo nei documenti programmatici, mentre nei fatti convoglia investimenti e capacità di generazione verso i poli industriali e digitali già saturi di risorse. La sfida non è solo finanziaria — 50 miliardi entro il 2035 sono una cifra che richiede coordinamento politico e tecnico quasi fantascientifico in una regione frammentata. La sfida è politica, e riguarda una domanda che nessun panel dell’ACEF ha affrontato con sufficiente chiarezza: chi controllerà questa rete, e per quali interessi verrà realmente governata?
La Pan-Asia Power Grid può essere una straordinaria leva di integrazione e decarbonizzazione. Oppure può diventare l’ennesima infrastruttura che alimenta la crescita digitale di pochi mentre lascia al buio milioni di persone. La differenza non la faranno i miliardi. La farà la risposta alla domanda che Kanda, forse, non ha potuto fare sul palco: a chi serve, esattamente, tutta questa energia?




