La richiesta di abolizione parte da Roma con altri nove Stati, mentre sette paesi difendono il sistema che ha ridotto
Il 17 luglio 2026, il governo Meloni ha guidato un blocco di dieci Stati membri per chiedere l’abolizione o l’indebolimento del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE, il mercato del carbonio che in vent’anni ha tagliato le emissioni del 47%. La richiesta arriva mentre una coalizione di sette paesi ha già respinto ogni ipotesi di smantellamento, in una dichiarazione congiunta firmata lo scorso marzo dai primi ministri di Danimarca, Finlandia, Portogallo, Spagna e Svezia e allargata nei giorni scorsi a Paesi Bassi e Lussemburgo. Lo scontro è frontale, e non riguarda solo la politica ambientale: tocca chi investe, chi produce energia, chi ha già speso miliardi per riconvertire i propri impianti e chi, invece, vuole prendere tempo.
L’assalto all’ETS: la lettera dei dieci contro i sette
La mossa italiana non è isolata. Roma si è messa alla testa di un gruppo di dieci capitali — i nomi precisi degli alleati non sono ancora tutti pubblici, ma il perimetro è quello dei governi che da mesi chiedono una moratoria o un allentamento dei vincoli climatici in nome della competitività industriale. La pressione è salita dopo che la stessa Commissione europea, nella revisione dell’ETS attesa per questa estate, ha inserito proposte che di fatto indeboliscono il mercato del carbonio. Un paradosso: l’esecutivo comunitario che per anni ha difeso il sistema come architrave della strategia clima-energia ora ne propone un ridimensionamento, e i governi più scettici colgono l’occasione per chiedere di più — fino all’abolizione.
Sul fronte opposto, la dichiarazione dei sette — Paesi Bassi, Danimarca, Spagna, Finlandia, Portogallo, Lussemburgo e Svezia — è un invito esplicito alla Commissione a resistere. Non si tratta di un comunicato di maniera: i firmatari avvertono che i tentativi di indebolire, sospendere o restringere l’ETS «minerebbero la fiducia degli investitori, penalizzerebbero i primi attori, distorcerebbero la parità di condizioni e rallenterebbero la trasformazione delle nostre economie». Il testo è stato negoziato in un arco di mesi — i cinque firmatari originari lo avevano inviato già a marzo, e l’adesione di altri due governi nei giorni scorsi mostra che il fronte dei difensori non è residuale. Ma cosa significherebbe, in concreto, smantellare l’ETS?
Il mercato che funziona (e perché piace alla Finlandia)
La risposta sta nei numeri. Il sistema di scambio di quote di emissione dell’UE è stato lanciato nel 2005 come primo mercato del carbonio al mondo. L’idea è semplice: un tetto massimo di emissioni per gli impianti industriali e di produzione di energia, permessi negoziabili, e una riduzione progressiva del tetto nel tempo. A distanza di due decenni, secondo i dati della Commissione europea, le emissioni degli impianti soggetti all’ETS sono calate di circa il 47% rispetto ai livelli del 2005, raggiungendo questo risultato entro il 2023. Non è una riduzione teorica: è il frutto di un meccanismo che ha reso conveniente investire in tecnologie pulite e costoso continuare a inquinare.
Nel 2023, l’energia pulita ha rappresentato quasi un terzo della crescita totale del PIL dell’Unione. Il dato non è solo ambientale: è la dimostrazione che decarbonizzazione e crescita economica non sono in contraddizione, almeno quando il quadro regolatorio è stabile. Ed è proprio la stabilità a essere il punto chiave. La Finlandia, con una produzione elettrica quasi interamente priva di emissioni, trae un vantaggio diretto da un ETS forte: il prezzo del carbonio rende la sua elettricità più competitiva rispetto a quella generata da fonti fossili. Già lo scorso marzo, il ministro finlandese per il clima e l’energia Sari Multala metteva in guardia: «Decisioni a breve termine che mirano ad abbassare il prezzo dei permessi di emissione creerebbero incertezza e allontanerebbero gli investimenti in soluzioni pulite». Tradotto: ogni volta che un governo annuncia di voler calmierare il prezzo delle quote, un’azienda che sta valutando un investimento da centinaia di milioni in un impianto a basse emissioni prende tempo. Aspetta. E magari sposta il capitale altrove.
I firmatari della dichiarazione insistono anche su un altro punto: la progressiva eliminazione delle quote gratuite, quelle che finora sono state distribuite ad alcune industrie per evitare la delocalizzazione delle emissioni, «è necessaria per garantire incentivi alla transizione industriale». Non è un dettaglio tecnico: le quote gratuite sono il principale strumento con cui i settori più esposti alla concorrenza internazionale sono stati protetti. Toglierle gradualmente significa esporli al prezzo pieno del carbonio. E questo — nei piani dei sette — dovrebbe spingerli a innovare, non a chiedere proroghe. Eppure, la pressione per smontare il sistema arriva proprio nel momento in cui l’industria europea dovrebbe accelerare la transizione. Non è un caso.
Investitori, primi attori e conti in sospeso
Nel braccio di ferro tra Roma e Bruxelles, c’è molto più delle quote di CO₂. C’è il capitale già investito. Chi ha scommesso sull’ETS — utility che hanno chiuso centrali a carbone, fondi che hanno finanziato parchi eolici, industrie che hanno aggiornato i processi produttivi — ha fatto i conti su un prezzo del carbonio destinato a salire nel tempo. Se quel prezzo viene schiacciato da un intervento politico, il rendimento atteso di quegli investimenti crolla. Non serve un default: basta l’incertezza. E l’incertezza è esattamente ciò che una revisione al ribasso dell’ETS introduce.
La dichiarazione dei sette lo dice senza giri di parole: indebolire il sistema penalizzerebbe i primi attori e distorcerebbe la parità di condizioni. Chi ha ritardato la transizione, insomma, verrebbe premiato due volte: prima risparmiando i costi dell’adeguamento, poi beneficiando di un mercato del carbonio depotenziato. La Commissione europea si trova al centro di questa tensione: da un lato dieci governi che chiedono di fare marcia indietro, dall’altro sette che intimano di tenere la barra dritta. La revisione proposta contiene già elementi di cedimento. Resisterà alle pressioni per cedere ancora, o il mercato del carbonio europeo uscirà da questo passaggio ridimensionato?
La revisione dell’ETS è un bivio. Mantenere la rotta significa dare un segnale di prevedibilità a chi investe e un fondamento reale agli obiettivi climatici dell’Unione. Cedere alle pressioni nazionali significa accettare che la politica industriale di breve periodo può, quando serve, sospendere le regole. Per gli investitori e per il clima, la posta non potrebbe essere più alta.




