Il bando finanzia progetti fino a 500mila euro per contrastare la povertà energetica, ma il confronto con il Sulcis evidenzia

795,6 milioni di euro. È la cifra che il Just Transition Fund nazionale destina all’area della provincia di Taranto. Lunedì scorso, sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia, è comparso l’Avviso pubblico per la selezione di proposte progettuali per le Comunità Energetiche Rinnovabili: la dotazione è di 7.910.000 euro. Meno dell’uno per cento del totale JTF destinato al territorio. Una proporzione che dice molto sulle priorità – e sulle tensioni – della transizione tarantina.

Le candidature sono aperte dalla fine di giugno e si chiuderanno il 30 novembre 2026, salvo proroghe o esaurimento fondi. Ogni proposta progettuale può ricevere fino a 500.000 euro, con un tetto di 800.000 euro per ciascuna comunità energetica. L’intensità dell’aiuto è fissata al 40% della spesa ammissibile effettivamente sostenuta. Numeri precisi, procedure già definite: la Sezione Transizione Energetica della Regione Puglia li ha approvati con determinazione n. 125 lo scorso 25 maggio.

La domanda che il bando solleva è immediata: se la transizione giusta per Taranto vale quasi 800 milioni, perché destinare alle rinnovabili distribuite – lo strumento più diretto per coinvolgere cittadini, imprese e enti locali – poco più di un centesimo di quel capitale?
Cosa finanzia, allora, il resto del fondo?

Acciaio verde e povertà energetica: la scommessa di Taranto

La risposta sta nella priorità industriale che l’Italia ha assegnato a questo territorio: trasformare l’ex Ilva nel primo polo siderurgico completamente decarbonizzato d’Europa. L’obiettivo, indicato dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, è fare dell’Italia il primo Paese del continente a produrre solo acciaio green, completando il percorso già avviato negli stabilimenti di Terni e Piombino. Un progetto che assorbe la gran parte delle risorse JTF e che definisce il perimetro della transizione tarantina intorno alla grande industria.

Ma la transizione non si esaurisce nelle acciaierie. Lo stesso bando per le comunità energetiche ha, secondo quanto indicato dall’Agenzia Regionale per la Tecnologia e l’Innovazione della Puglia, un obiettivo che va oltre i megawatt installati: contrastare la povertà energetica, incoraggiare forme di efficientamento e riduzione dei consumi, e – aspetto forse decisivo per Taranto – favorire l’accettabilità sociale degli impianti rinnovabili. In un territorio che ha pagato per decenni il costo ambientale della grande industria, far percepire le rinnovabili come un beneficio diffuso e non come l’ennesima imposizione calata dall’alto è una condizione necessaria perché la transizione regga.

L’assessore regionale allo Sviluppo economico della Puglia, Eugenio Di Sciascio, ha inquadrato il bando in una logica di doppio impatto: sull’ambiente, perché riduce la dipendenza da fonti fossili e contribuisce alla decarbonizzazione, e sullo sviluppo economico e sul lavoro. L’installazione e la manutenzione degli impianti, ha spiegato Di Sciascio, attivano filiere produttive nuove, diversificando le produzioni e creando occupazione. È un argomento che sposta il baricentro del discorso: i 7,9 milioni non vanno letti solo come incentivo a produrre energia pulita, ma come leva per innestare attività economiche che oggi a Taranto non esistono o sono marginali.

Resta il nodo dimensionale. Con un contributo massimo di 500.000 euro a progetto e un’intensità di aiuto al 40%, il costo complessivo di ciascuna proposta si aggira intorno a 1,25 milioni di euro. Sommando tutte le proposte finanziabili fino a esaurimento della dotazione, si arriva – in uno scenario ottimistico – a una ventina di interventi al massimo. Non è molto per una provincia di 580.000 abitanti con 29 comuni.

Un dato separato, che non va confuso con il bando JTF, riguarda il Programma Regionale Puglia FESR FSE+ 2021-2027: un altro avviso per comunità energetiche, con dotazione di 2,5 milioni di euro. L’architettura complessiva del sostegno pubblico alle CER in Puglia si compone quindi di più strati, ma il canale specificamente tarantino – quello legato al Just Transition Fund – resta il principale per ambizione strategica, per quanto contenuto nei numeri assoluti.

Sulcis, il confronto che fa riflettere

Basta guardare a un’altra area italiana che il Just Transition Fund ha individuato come prioritaria: il Sulcis Iglesiente, in Sardegna. Lì il JTF assegna 28,5 milioni di euro per impianti da fonti rinnovabili, più del triplo della cifra stanziata per Taranto. La Regione Sardegna sta destinando queste risorse ai 23 comuni del territorio per la costruzione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, anche attraverso la creazione di comunità energetiche. Il confronto è netto: due territori ex industriali, entrambi alle prese con la fine di un’economia basata sul fossile, ma con scelte allocative molto diverse.

I 28,5 milioni del Sulcis non sono l’unico parametro. Il punto è che la Sardegna ha scelto di puntare una quota significativa del proprio JTF proprio sulle rinnovabili distribuite, mentre la Puglia ha concentrato le risorse tarantine quasi interamente sulla riconversione del ciclo siderurgico. Sono strategie diverse, con presupposti diversi: Taranto ha un’acciaieria da decarbonizzare, il Sulcis no. Ma il risultato è che, sul terreno specifico delle comunità energetiche, il territorio sardo parte con una capacità di investimento molto maggiore.

La sfida per Taranto sarà dimostrare che anche con meno risorse si può costruire un ecosistema di comunità energetiche capace di generare lavoro e accettazione sociale. Il successo non si misurerà solo nei megawatt installati, ma nella capacità di attivare filiere produttive che restino sul territorio dopo la fase di cantiere. E il primo indicatore concreto sarà il numero di domande che arriveranno entro la scadenza del 30 novembre: da lì si capirà se i 7,9 milioni sono davvero pochi o se, al contrario, sono una cifra adeguata a un territorio che sulla transizione diffusa sta ancora prendendo le misure.