La coda di connessione a Terna è gonfiata da progetti senza reali intenzioni di costruzione
A marzo 2026 erano 480 richieste per 82,6 GW. Tre mesi dopo, a fine giugno, 520 richieste per 96 GW. In tredici settimane è entrata in coda una potenza pari a sei centrali nucleari di nuova generazione. E nessuno sa quante di quelle richieste diventeranno mai un impianto vero.
Il paradosso è sotto gli occhi di chiunque segua i mercati dell’energia. Secondo la competitività dei costi rinnovabili nel 2025, eolico e solare sono ancora la fonte più economica per generare nuova elettricità, con valori che si stanno stabilizzando dopo anni di discesa. Eppure la transizione non sta accelerando dove dovrebbe, perché il collo di bottiglia non è più economico: è procedurale.
Perché 2.500 euro bastano a intasare una rete
Il cuore del problema si chiama coda speculativa. In Italia presentare una richiesta di connessione alla rete costa tra 2.500 e 3.000 euro, gli oneri di connessione per data center e rinnovabili sono così bassi da non scoraggiare nessuno. Il risultato, spiega l’analista Lorenzo Lorenzoni, è che la coda di connessioni Terna di marzo 2026 è gonfiata da progetti che non hanno alcuna seria intenzione di realizzarsi, ma occupano spazio in rete come opzioni a costo zero.
Il dato di giugno lo conferma: il balzo delle richieste a 96 GW è trainato per metà dai data center, ma la percentuale di progetti che arriveranno alla costruzione effettiva resta ignota. È una scommessa al buio che blocca la capacità di interconnessione per anni, mentre gli operatori seri aspettano in fila dietro chi ha solo depositato un modulo.
Un’autorizzazione unica che non basta mai
Il legislatore ha provato a mettere ordine. L’articolo 8 del decreto Bollette 21/2026 ha introdotto il procedimento autorizzativo unico per data center e impianti, con un termine massimo di dieci mesi e tempistiche dimezzate per le valutazioni ambientali. Sembrava la scorciatoia giusta. Ma il testo ha una smagliatura tecnica che rischia di vanificare tutto: l’autorizzazione unica non produce effetto di variante urbanistica.
Significa che va ottenuta separatamente, prima o in parallelo, con un allungamento stimato tra i sei e i dodici mesi. In pratica, il procedimento unico accelera solo la parte energetica, mentre il progetto resta ostaggio dei tempi ordinari della pianificazione locale. Per questo motivo fra gli addetti ai lavori si è fatta strada la proposta di un pre-screening tecnico-ambientale che coinvolga Terna, Ispra e ministero delle Imprese prima ancora di aprire la pratica amministrativa. Un filtro iniziale che permetterebbe di scartare subito i progetti incompatibili, lasciando in coda solo quelli realistici.
Quando il metodo americano somiglia a quello italiano
Il cortocircuito non è solo italiano. Negli Stati Uniti, PJM — il più grande operatore di rete del paese — ha un metodo di connessione obsoleto che genera code simili alle nostre: progetti che entrano in lista per assicurarsi un posto, senza garanzie che vengano mai realizzati. Il report annuale di Lazard su il costo livellato dell’energia pulita mostra che le rinnovabili continuano a battere i fossili sul prezzo, ma il sistema di interconnessione americano non è stato aggiornato per gestire questo volume di richieste. La domanda che la testata Canary Media si poneva a luglio 2026 — la ricerca di soluzioni per PJM — è la stessa che dovremmo porci in Europa.
Qualcosa si muove. La nuova proposta legislativa europea sulle richieste di connessione affronta esplicitamente il nodo delle code speculative, e prevede che gli oneri di rete nella riforma del mercato elettrico siano ridisegnati per supportare un funzionamento efficiente del sistema, anziché restare un pedaggio rigido uguale per tutti.
Se il trend delle richieste italiane dovesse mantenere questo ritmo, entro dicembre supereremo i 110 GW di potenza in attesa di connessione — quasi il doppio della capacità rinnovabile oggi installata nel paese. La domanda da tenere d’occhio per i prossimi mesi non è quanto costa un pannello, ma quante di quelle pratiche Terna saranno convertite in cantieri.
Finora, la risposta è: molte meno di quante ne servirebbero.




