Tre impianti sulle Valli di Lanzo entrati in funzione negli anni Venti producono ora 10 GWh annui per il gruppo
Nel 1922 e 1923, lungo il corso della Stura di Lanzo, in provincia di Torino, venivano commissionate alcune centrali idroelettriche destinate a un’industria profondamente radicata nel territorio: le cartiere e i telai delle Valli di Lanzo. A distanza di oltre un secolo, lo scorso 8 luglio, Aruba ha annunciato l’acquisizione di tre di quegli impianti, nei comuni di Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese. Non più carta e tessuti, ma server e carichi di lavoro cloud: un’immagine che rovescia l’aspettativa, perché a guidare la transizione energetica di un operatore digitale non sono parchi solari ultramoderni, ma dighe centenarie.
Dai telai ai data center: il paradosso idroelettrico
I tre impianti, già pienamente operativi, producono circa 10 GWh di energia rinnovabile all’anno. Con questa acquisizione la produzione idroelettrica complessiva di Aruba supera i 60 GWh annui, distribuiti su undici centrali collocate lungo cinque fiumi in quattro regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Per dare un’idea della scala, nel 2020 il gruppo aveva rilevato quattro impianti a Melegnano, Chiuppano, Calvene e Pontebba, portando la rete a una capacità di 9,2 MW e una produzione annua attesa di circa 50 GWh. I 10 GWh aggiuntivi delle centrali piemontesi rappresentano quindi un incremento di circa il 20 per cento sulla produzione idroelettrica già consolidata.
Il paradosso è tutto qui: infrastrutture pensate per un’economia industriale del primo Novecento si rivelano oggi asset strategici per un mercato, quello del cloud, che misura il proprio fabbisogno energetico in megawattora e il proprio orizzonte di sostenibilità in certificazioni verificate. Non è un caso isolato. L’acquisizione si inserisce in un percorso più ampio di integrazione verticale dell’energia, dove possedere la generazione — anziché limitarsi ad acquistare crediti o certificati — cambia la natura del rapporto tra chi ospita i dati e chi li produce.
Il costo invisibile dell’energia autoprodotta
Dalle macerie industriali del passato, Aruba costruisce una sorta di muraglia contro la volatilità dei prezzi energetici. I clienti che ospitano infrastrutture IT nei data center del gruppo beneficiano di una quota crescente di energia rinnovabile autoprodotta senza dover investire in propri impianti: la domanda residua viene coperta esclusivamente tramite acquisti di energia rinnovabile sul mercato. In pratica, chi compra spazio e potenza di calcolo riceve anche una copertura parziale dal rischio-prezzo, perché il costo marginale di un impianto idroelettrico ammortizzato è largamente indipendente dalle oscillazioni del mercato all’ingrosso.
Questa strategia non nasce nel vuoto. Il Climate Neutral Data Centre Pact, l’accordo volontario che impegna gli operatori europei a raggiungere la neutralità climatica entro il 2030, spinge verso una decarbonizzazione verificabile attraverso audit indipendenti. Aruba è tra i primi operatori in Europa ad aver certificato la conformità a questi requisiti. In un panorama in cui l’acquisto di garanzie d’origine generiche è sempre meno sufficiente a soddisfare i criteri di audit, la proprietà diretta della generazione diventa un argomento commerciale oltre che tecnico.
Va detto che 60 GWh all’anno, pur significativi per un operatore di medie dimensioni, non bastano a coprire l’intero consumo di una rete di data center. Ma la traiettoria è chiara: ogni nuovo impianto riduce l’esposizione alla volatilità e alza la quota autoprodotta. E in un mercato in cui il prezzo dell’energia è una delle voci di costo più rilevanti, questa riduzione si traduce in margini più prevedibili — e potenzialmente in prezzi più stabili per la clientela.
La corsa all’acqua: Google, i PPA e il futuro dell’idroelettrico
Se Aruba mette i pannelli sul tetto, Google compra il condominio. L’accordo firmato a luglio 2025 tra Google e Brookfield è un framework PPA da 3 miliardi di dollari della durata di vent’anni per assicurarsi fino a 3 GW di energia idroelettrica negli Stati Uniti — il più grande accordo aziendale al mondo per il settore idroelettrico. La differenza di scala è abissale: 9,2 MW di capacità installata da una parte, 3.000 MW dall’altra. Ma il principio strategico è lo stesso: il controllo diretto, o quasi diretto, della fonte rinnovabile.
Il mercato europeo si muove nella stessa direzione. Secondo Enerdatics, dall’inizio del 2023 le aziende europee del settore digitale e delle telecomunicazioni hanno firmato 194 accordi di acquisto di energia, per una capacità totale di circa 12,5 GW. Non sono tutti PPA idroelettrici — il solare e l’eolico dominano il mix — ma il dato dice che la competizione per le fonti rinnovabili è entrata in una fase in cui la proprietà o il diritto di prelievo a lungo termine contano più della semplice certificazione.
La domanda aperta, guardando al futuro, è se l’acqua basterà per tutti. L’idroelettrico ha due facce: da un lato è programmabile e costante, molto più del solare e dell’eolico; dall’altro dipende da un fattore su cui la tecnologia può poco — la piovosità. Con la moltiplicazione dei data center e l’aumento della domanda di potenza per l’intelligenza artificiale, il livello dei fiumi diventerà una variabile finanziaria oltre che ambientale. I prossimi mesi diranno se l’autoproduzione resta un vantaggio competitivo per pochi o se diventa il modello dominante. Per ora, conviene tenere d’occhio la Stura di Lanzo: quello che scorre sotto i ponti potrebbe valere più di quello che viaggia nei cavi.




