Ventidue anni di accordi senza meccanismi che garantiscano un prezzo equo ai produttori
Nel 2024, mentre nei bar italiani il costo di un espresso iniziava a salire, qualcosa di molto più profondo stava accadendo lontano dai banconi. I prezzi mondiali del caffè raggiunsero un massimo pluriennale, con un balzo del 38,8% rispetto alla media dell’anno precedente. Un’impennata che, sulla carta, avrebbe dovuto rappresentare una boccata d’ossigeno per chi il caffè lo coltiva. E invece no. Perché la realtà della filiera è una macchina che macina volumi e concentra margini molto più a valle, lasciando indietro proprio chi sta all’origine: i 12,5 milioni di famiglie di piccoli agricoltori che, stando ai dati della FAO, producono l’80% del caffè mondiale. Due settimane fa, lo scorso 14 luglio, FAO e International Coffee Organization hanno rinnovato il loro patto ventennale con una cerimonia senza precedenti. Un gesto istituzionale che riapre una domanda urgente: a cosa sono serviti, finora, questi accordi?
Ventidue anni di firme e zero meccanismi di redistribuzione
La cerimonia con cui FAO e ICO hanno rinnovato il loro Memorandum of Understanding, lo scorso 14 luglio, è stata – parole del Direttore Generale QU Dongyu – «la prima a essere celebrata in modo così imponente da quando sono arrivato alla FAO». Un’affluenza da grandi occasioni, per un accordo che però di nuovo ha poco. Il primo MoU tra le due organizzazioni fu firmato nel 2004, ma l’avvio della collaborazione risale a due anni prima, quando l’allora Direttore Generale Jacques Diouf pose le basi di quella che oggi viene presentata come una partnership strategica. Ventidue anni dopo, il copione si ripete. QU Dongyu ha ricordato che «il caffè fornisce mezzi di sussistenza a milioni di agricoltori familiari» e che «contribuisce significativamente ai guadagni delle esportazioni in molti paesi a basso e medio reddito». Frasi vere. Ma la domanda che nessuno, sul palco, ha posto è: in questi ventidue anni, quanti di quei milioni di agricoltori hanno visto migliorare il proprio reddito grazie a questo pezzo di carta? E quanti, invece, hanno continuato a vendere i chicchi a prezzi che non coprono i costi di produzione, mentre il mercato globale esplodeva?
Il problema non è la retorica, che ogni rinnovo istituzionale porta con sé. Il problema è l’assenza di un meccanismo vincolante che leghi l’impennata dei prezzi internazionali a un trasferimento reale di valore verso i produttori. Quando i prezzi salgono del 38,8% in un anno, come accaduto nel 2024, qualcuno guadagna. Di solito non sono i piccoli coltivatori, che nella filiera agiscono da price-taker: subiscono i costi degli input, i capricci del clima e le fluttuazioni del mercato, mentre il margine si accumula nei passaggi successivi – trasformazione, logistica, distribuzione. Il rinnovo del MoU non introduce alcuno strumento per riequilibrare questa asimmetria. Si limita a ribadire un impegno che, per durata e impotenza, assomiglia sempre più a un rito.
Il caffè sostenibile “made in G7”: chi detta le regole?
E mentre le istituzioni multilaterali rinnovano i loro patti, nuovi attori entrano in scena con promesse più ambiziose. Già nel 2024, la Presidenza italiana del G7 ha promosso un’iniziativa di partenariato pubblico-privato per filiere del caffè definite «sostenibili, resilienti, circolari e rigenerative». Un’architettura che riconosce il ruolo internazionale dell’ICO e della sua Coffee Public-Private Task Force, la CPPTF, affiancata da partner come FAO, UNDP e UNIDO. Sulla carta, un passo avanti: il settore privato viene chiamato a co-progettare la sostenibilità, con l’idea che le multinazionali del caffè possano mettere risorse e competenze al servizio di una trasformazione dal basso. Ma chi, in questo consesso, siede davvero al tavolo delle decisioni?
La CPPTF nasce con un mandato vago: facilitare il dialogo tra pubblico e privato per «catene del valore sostenibili». Non ci sono target vincolanti di prezzo minimo garantito, né meccanismi di condivisione del rischio che proteggano i produttori dalle oscillazioni del mercato. L’iniziativa del G7, per come è stata annunciata, è un contenitore che può essere riempito di contenuti molto diversi. Può diventare uno strumento per imporre standard ambientali e sociali ai coltivatori, scaricandone i costi a monte, oppure può – se spinta nella direzione giusta – obbligare i grandi torrefattori a internalizzare parte del costo della transizione. Il comunicato non lo chiarisce. E non è un dettaglio: è il cuore della partita.
Il rischio è che il packaging “sostenibile e rigenerativo” – che suona bene nei consessi diplomatici e nei rapporti di sostenibilità aziendali – funzioni da cappello istituzionale su pratiche che perpetuano lo sfruttamento. Senza un meccanismo di redistribuzione obbligatoria, la sostenibilità resta un costo aggiuntivo per chi già fatica a sopravvivere, mentre i marchi della distribuzione possono raccontare al consumatore finale una storia rassicurante. Intanto, il caffè continua a essere una voce cruciale nelle bilance commerciali di decine di paesi a basso reddito. Ma i numeri macroeconomici non si traducono in reddito familiare per i 12,5 milioni di famiglie che dipendono dal caffè. È questo lo scarto che né il MoU FAO-ICO né, per ora, l’iniziativa del G7 hanno colmato.
Quel che resta è una partita geopolitica sulla pelle di milioni di coltivatori. Dietro ogni tazzina c’è un conflitto silenzioso sul prezzo, sul potere contrattuale, su chi può permettersi di investire in sostenibilità e chi invece deve solo sopravvivere alla prossima stagione. La domanda non è se il caffè sia importante – lo dicono tutti – ma se le istituzioni che lo governano sono disposte a costruire, dopo ventidue anni di parole, uno strumento che sposti davvero il potere verso chi, fino ad ora, è rimasto spettatore del proprio stesso raccolto.




