La startup californiana avvia le consegne in Europa con prezzi già competitivi rispetto al litio

A 9,25 kWh di capacità, già oggi a un prezzo comparabile a quello delle batterie agli ioni di litio, con un intervallo di funzionamento che va da -40 a 60 gradi centigradi. È Na+Casa, il primo sistema di accumulo residenziale agli ioni di sodio che UNIGRID ha annunciato di aver iniziato a spedire lo scorso 8 luglio, con le prime installazioni già completate in abitazioni europee. Un dato sorprendente non solo per la chimica – il sodio è molto più abbondante e meno costoso del litio – ma per il fatto che il prezzo finale sia già allineato a quello delle soluzioni tradizionali, senza bisogno di sussidi né di economie di scala ancora tutte da costruire.

Perché è un paradosso che merita attenzione. Da anni si parla delle batterie al sodio come della promessa destinata a scalzare il litio nello stoccaggio stazionario, ma il discorso era sempre declinato al futuro: quando la tecnologia sarà matura, quando i costi scenderanno, quando le linee produttive raggiungeranno una certa scala. Ora una startup nata in un laboratorio universitario sta già consegnando, e lo fa a condizioni che rendono il confronto economico con il litio un esercizio attuale, non una proiezione a cinque anni.

Dal dottorato alla fabbrica: la chimica che non ti aspetti

Dietro alla scatola bianca di Na+Casa c’è una storia che comincia nel 2021 in un laboratorio dell’Università della California, San Diego. UNIGRID Inc. nasce come spin-off dell’ateneo, fondata da due ricercatori – Darren H. S. Tan e Erik A. Wu – a partire dal lavoro di dottorato che avevano condotto sulle batterie avanzate agli ioni di sodio. L’azienda si è costruita attorno a un’idea precisa: sviluppare batterie sicure e a basso costo per lo stoccaggio energetico e la mobilità elettrica. In cinque anni, dalla ricerca di base si è passati alla produzione di celle su scala commerciale e ora alle prime consegne residenziali.

I numeri che accompagnano Na+Casa sono il termometro di quanto questa chimica sia diventata credibile. La batteria ha una durata operativa di 10.000 cicli di carica-scarica al 100 per cento della capacità: significa, calcola Unigrid, un ciclo completo al giorno per oltre 27 anni. È compatibile con la maggior parte degli inverter ibridi già installati, quindi non richiede una sostituzione dell’intero impianto. E funziona in condizioni ambientali estreme, da -40 a 60 gradi, un margine che molte batterie al litio non possono toccare senza sistemi di climatizzazione aggiuntivi. L’azienda prevede inoltre di completare a breve le certificazioni CE, UL 9540 e UL1973, i passaggi necessari per rendere il prodotto installabile senza attriti normativi anche in Nord America.

Un dettaglio da non trascurare: in Europa le installazioni sono già realtà. Negli Stati Uniti, invece, bisognerà aspettare la fine del 2026, perché il quadro regolatorio per le batterie agli ioni di sodio non è ancora completo. Non è un ritardo tecnologico, è una questione burocratica, e questo la dice lunga su quanto velocemente la tecnologia abbia corso rispetto alla capacità delle autorità di regolamentarla.

La corsa al sodio: CATL, GM e la scala GWh

Mentre UNIGRID accelera sulla produzione – oggi viaggia a 200 MWh all’anno di celle, ma ha già annunciato l’obiettivo di salire a 2 GWh nel 2027 attraverso partnership con fonderie in Cina, Corea e Giappone – il panorama competitivo si sta affollando di nomi pesanti. E questo è il segnale più chiaro che il sodio non è più una curiosità da laboratorio.

A giugno, lo scorso 9 giugno 2026, General Motors ha annunciato che sta sviluppando celle agli ioni di sodio di nuova generazione destinate allo stoccaggio su scala di rete, in collaborazione con Peak Energy. L’operazione è accompagnata da un investimento strategico di GM Ventures nella stessa Peak Energy. Non si parla di batterie per auto – su quello il litio ha ancora margini di densità energetica difficili da colmare – ma di stoccaggio stazionario, esattamente il segmento in cui il sodio può giocare la sua partita migliore: costo più basso, materiali abbondanti, sicurezza termica superiore.

Ancora più concreta è la tabella di marcia di CATL, il colosso cinese delle batterie che già domina il mercato del litio. L’azienda ha annunciato che i suoi primi sistemi di accumulo agli ioni di sodio raggiungeranno i clienti a settembre, e prevede di arrivare a spedizioni annuali su scala GWh già nel corso del 2026. Quando il più grande produttore mondiale di batterie mette sul piatto volumi di quel calibro, vuol dire che la filiera dei materiali e i processi produttivi sono pronti. Significa anche che la pressione sui prezzi è destinata ad aumentare, a tutto vantaggio di chi installa.

In questo scenario, i 200 MWh attuali di UNIGRID sembrano pochi, ma il piano di decuplicare la capacità in un anno – da 200 MWh a 2 GWh nel 2027 – è il vero numero da tenere d’occhio. Perché la domanda che conta, oggi, non è se il sodio funzioni: funziona, e le case europee con Na+Casa sul muro lo stanno già dimostrando. La domanda è se la capacità produttiva salirà abbastanza in fretta da trasformare una prima nicchia in un mercato di massa. I 2 GWh promessi da UNIGRUD per il 2027, sommati ai volumi che CATL e altri player immetteranno, sono la cifra che a fine 2027 ci dirà quante case avranno davvero una batteria al sodio in funzione. Non più una promessa: un mercato. E il 2027 misurerà chi arriverà davvero a quella scala.