Il governo ha dirottato le risorse su veicoli commerciali e ricarica, tagliando gli incentivi ai privati
Giugno 2026 si chiude con un dato che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato un traguardo: in Italia le auto elettriche pure, le BEV, hanno toccato per la prima volta il 10,1% delle immatricolazioni mensili. Quattordicimilaottocentonovantaquattro vetture a batteria su un totale di 146.423 nuove targhe, un mercato che nel mese è cresciuto del 10,6% rispetto a giugno 2025. Stando al rapporto UNRAE di giugno 2026, il primo semestre si consolida con 936.783 immatricolazioni e un progresso del 9,6% sullo stesso periodo dell’anno scorso. Numeri che letti in fila raccontano un’accelerazione. Ma basta girarli di un quarto per vedere l’ombra: proprio mentre il mercato prende velocità, il governo ritira la spinta che servirebbe ai privati per continuare a correre.
Il paradosso del 10 per cento
Il giorno stesso in cui UNRAE diffonde i dati di giugno, è entrato in vigore il nuovo DPCM Automotive che dovrebbe sostenere la transizione. Peccato che il provvedimento, come già aveva segnalato l’allarme UNRAE di maggio 2026, non preveda alcuna forma di ecobonus destinata all’acquisto di autovetture da parte di clienti privati. Le risorse vengono dirottate altrove: veicoli commerciali leggeri, quadricicli, infrastrutture di ricarica domestica e noleggio sociale a lungo termine. Nulla che tocchi il portafoglio di chi vorrebbe rottamare la propria auto a combustione per passare all’elettrico.
Non solo. Il Fondo automotive ha subito un taglio netto, passando da circa 1,6 miliardi di dotazione iniziale a 1,343 miliardi di euro. La cifra mancante, circa 251 milioni, è stata spostata verso interventi temporanei contro il caro carburanti. Una scelta che fotografa una gerarchia di priorità: calmierare il prezzo alla pompa oggi, piuttosto che investire sulla domanda di elettrico domani. La conseguenza è che l’Italia si ritrova unica tra i grandi mercati europei ad aver azzerato il sostegno diretto ai privati per l’acquisto di un’auto a batteria.
Il baratro europeo
Dietro la cifra tonda del 10,1% di giugno si nasconde un confronto che toglie ogni illusione. Nei primi cinque mesi del 2026, la quota BEV in Italia si è fermata all’8,2%. Nello stesso periodo, il resto d’Europa viaggiava al 23,5%. Quasi il triplo. Non è un distacco marginale, è una voragine che tre mesi di buoni risultati non possono colmare. E dire che la crescita percentuale italiana è stata vigorosa: secondo i dati ACEA di maggio 2026, le immatricolazioni di auto elettriche a batteria nel nostro Paese sono aumentate del 75,7%. Un balzo che però sconta una base di partenza così bassa da rendere l’incremento quasi fisiologico, come accade quando si parte da zero.
Il paradosso è che il mercato italiano dell’auto sta oggettivamente migliorando anche sul fronte ambientale: a giugno le emissioni medie di CO2 delle nuove immatricolazioni sono scese a 104,7 g/km, con un calo del 6,7%. Un segnale che la direzione è quella giusta. Ma senza una politica industriale che accompagni la domanda privata, il rischio è che questa traiettoria si affievolisca proprio quando dovrebbe irrobustirsi. La transizione non si fa con le sole flotte aziendali o con il noleggio a lungo termine, strumenti utili ma insufficienti a smuovere un parco circolante tra i più vecchi d’Europa.
L’incognita di luglio
Il calendario offre un appiglio. Il ripristino delle risorse del Fondo automotive è atteso per questo mese di luglio. Ma 1,343 miliardi di euro, già ridotti e per di più vincolati a categorie che escludono l’acquirente privato, sono una leva debole. La domanda che resta aperta è se basteranno a tenere accesa la crescita della quota BEV nei prossimi mesi, o se assisteremo a un ripiegamento non appena l’effetto degli ordini pregressi si sarà esaurito.
Il 10,1% di giugno è un numero che fa notizia, ma è un numero fragile. A fine 2026, a parlare saranno due cifre molto meno appariscenti: la quota BEV complessiva dell’anno in Italia, e la percentuale dei fondi pubblici che sarà stata davvero destinata a chi un’auto elettrica voleva comprarla. Da quei due numeri si capirà se la transizione è partita o se era già al palo mentre applaudivamo il primo mese a due cifre.




