Mezzo miliardo di metri cubi fermi nelle dighe alpine mentre i rubinetti si svuotano: la risorsa c’è, mancano le decisioni
Chi in Lombardia ha un orto, un giardino o semplicemente apre il rubinetto al mattino quest’estate se n’è accorto: la pressione cala, i Comuni avvisano, le autobotti compaiono. A fine luglio i numeri raccontavano il perché: secondo l’Autorità di Bacino Distrettuale del Po, al 29 luglio il Lago d’Idro era al 5% di riempimento, il Lago di Como al 7% e il Lago Maggiore al 6%; meglio il Lago d’Iseo, al 13%, e decisamente più rassicurante il Lago di Garda, al 47%. Eppure, a guardare bene, l’acqua non è sparita: lo spiega l’analisi del WWF sulla crisi idrica lombarda pubblicata a metà luglio, che mette in fila cifre meno ovvie di quanto sembri.
Rubinetti a secco e laghi in riserva: la siccità entra in casa
La crisi non è solo nei grafici. In Lombardia 17 Comuni hanno fatto ricorso alle autobotti per l’emergenza idrica: 13 nel Pavese, 4 nel Bresciano. Il Lago di Como, che lo scorso 22 giugno si trovava a 70 centimetri sopra lo zero idrometrico, al 29 luglio era sceso al 7% di riempimento: in poco più di un mese il margine si è consumato. E il dato delle autobotti dice che il problema non riguarda solo il paesaggio, ma anche i rubinetti di casa.
Dietro i laghi in secca, però, non c’è solo assenza di pioggia. Ci sono anche scelte di gestione, e i numeri sulle riserve raccontano un paradosso che merita di essere guardato da vicino.
Il paradosso dei 524 milioni di metri cubi trattenuti
La secchezza dei laghi non è solo colpa del meteo. I corsi d’acqua lombardi viaggiano con portate ridotte del 50% rispetto alla media storica, come rileva il WWF, e il bacino del Ticino registra un deficit idrico del 53,3%, come riporta Terra e Vita. Ma il dato che spiazza è un altro: secondo il Bollettino delle Riserve idriche emesso dall’ARPA Lombardia lo scorso 9 luglio, negli invasi idroelettrici alpini sono trattenuti 524 milioni di metri cubi di acqua.
Mettiamo le due cose una accanto all’altra. Da una parte l’acqua scarseggia nei fiumi e nei laghi, con Comuni costretti a portarla in paese con le autobotti. Dall’altra, mezzo miliardo di metri cubi è fermo nelle dighe delle centrali alpine. Non si tratta di negare la siccità — le portate dimezzate sono un fatto misurabile — ma di riconoscere che la risorsa esiste ed è immagazzinata, mentre a valle la crisi avanza. Per un agricoltore della bassa pavese la differenza tra un invaso che trattiene e uno che rilascia non è astratta: si traduce in pompe accese o spente, in raccolti programmati o saltati.
Se l’acqua è lì ma non arriva, la domanda diventa: come si decide di rilasciarla? Il 2022 offre una risposta concreta.
Il precedente che insegna: nel 2022 l’accordo c’era
Il paradosso non è senza via d’uscita. Già nel 2022, grazie alla pressione del WWF Lombardia, è stato raggiunto un accordo tra Regione Lombardia e gestori degli invasi idroelettrici che prevedeva maggiori rilasci per 5,6 milioni di metri cubi al giorno per garantire acqua al Lago di Como. Un’operazione analoga — un rilascio di circa 5 milioni di metri cubi al giorno per 20 giorni, come ricorda il WWF — era già stata attuata sempre quell’anno, su richiesta dell’associazione. La domanda, a questo punto, è una sola: basterà ripetere quel gesto prima che i rubinetti restino a secco?
Per chi in queste settimane guarda il proprio orto ingiallire o legge gli avvisi del proprio Comune, la lezione è semplice: l’acqua non è sparita, è una questione di scelte e di tempi. Un invaso che trattiene mezzo miliardo di metri cubi è una riserva che esiste, ma che ha valore solo se viene aperta quando serve davvero. Tenere d’occhio i bollettini ARPA e le decisioni sui rilasci dagli invasi è il modo concreto per non farsi trovare impreparati. Perché tra un lago al 5% e uno che torna a salire, la differenza non la fa solo il meteo: la fanno le decisioni prese a monte — in tutti i sensi.




