I tre colossi hanno ricevuto 25,7 miliardi in permessi gratuiti ma investito solo 3,2 in decarbonizzazione

Per ogni 8 euro incassati in permessi di emissione gratuiti, i tre maggiori produttori di acciaio dell’Unione Europea ne hanno speso 1 in progetti di decarbonizzazione. Otto a uno: è il rapporto che emerge dal lavoro di ricerca pubblicato nei giorni scorsi da SteelWatch e ripreso con dati dettagliati da edie.net, e che racconta meglio di qualsiasi discorso il cortocircuito tra incentivi climatici e risultati industriali. Tra il 2021 e il 2025, ArcelorMittal, thyssenkrupp Steel e voestalpine hanno ricevuto quote di emissione gratuite per un valore complessivo di 25,73 miliardi di euro. Nello stesso arco di tempo, gli investimenti netti in tecnologie pulite si sono fermati a 3,2 miliardi. Il sistema europeo di scambio delle emissioni — l’EU ETS — ha trasferito ai tre colossi una quantità di risorse che avrebbe potuto finanziare una riconversione profonda degli altiforni. Non è andata così.

Il paradosso degli 8 a 1

Non servono analisi complicate: basta guardare il rapporto tra due cifre. La sproporzione diventa ancora più netta quando si isola il caso di ArcelorMittal, che da solo ha incassato 15,67 miliardi di euro in permessi gratuiti. Secondo i dati raccolti da SteelWatch, il gruppo ha destinato alla decarbonizzazione 690 milioni di euro lordi, dai quali vanno però sottratti 27 milioni coperti da fondi pubblici: l’investimento netto scende a 660 milioni. Il rapporto, in questo caso, non è più 8 a 1 ma quasi 24 a 1. Significa che per ogni euro effettivamente speso in tecnologie pulite, ArcelorMittal ne ha ricevuti quasi 24 in quote che avrebbero dovuto incentivare esattamente quel tipo di investimento.

La sensazione che il meccanismo non funzioni non è solo nei numeri. Lo scorso maggio, un sondaggio condotto da Beyond Fossil Fuels in sei paesi europei ha rilevato che il 72 per cento degli intervistati ritiene che le aziende che emettono di più, o che non riducono le emissioni, dovrebbero pagare di più. Un dato che suggerisce un’opinione pubblica già orientata verso una revisione del sistema, prima ancora che la Commissione europea metta mano alle regole. Ma come si è arrivati a questo squilibrio? La risposta sta nella storia dell’ETS e nel modo in cui il meccanismo di assegnazione gratuita è stato costruito.

La fabbrica dei permessi

L’EU ETS è stato istituito nel 2005. Funziona secondo il principio del «cap and trade»: un tetto complessivo alle emissioni per gli impianti coperti dal sistema, e la possibilità per le aziende di scambiarsi i permessi sul mercato. Dentro questa architettura, l’assegnazione gratuita delle quote è nata con un obiettivo dichiarato: proteggere la competitività dell’industria europea ed evitare che le produzioni si spostassero in paesi con regole ambientali più permissive — il cosiddetto carbon leakage. Ma il meccanismo, pensato per accompagnare la transizione, ha finito per generare una rendita senza obbligo di reinvestimento.

Il settore siderurgico è stato uno dei principali beneficiari. Tra il 2008 e il 2019 sono state assegnate gratuitamente circa 2,3 miliardi di quote di emissione al comparto dell’acciaio. Un flusso di risorse implicite — perché ogni quota ha un valore di mercato — che non era vincolato a investimenti in tecnologie a basse emissioni. Le aziende potevano vendere le quote in eccesso, incassare il controvalore e destinarlo a qualsiasi voce di bilancio. Il risultato è che il sistema ha funzionato come un trasferimento netto di ricchezza senza la contropartita ambientale per cui era stato progettato. L’ironia sta nel fatto che più un impianto emetteva, più quote riceveva: un incentivo capovolto, che premiava lo status quo anziché la trasformazione.

Nell’ultimo quinquennio, con l’aumento del prezzo del carbonio sul mercato ETS, il valore delle quote gratuite è esploso, amplificando l’effetto distorsivo. I 25,7 miliardi incassati dai tre big tra il 2021 e il 2025 sono il prodotto di un meccanismo che, nel tempo, ha smesso di funzionare come leva per la transizione ed è diventato un ammortizzatore per bilanci che la decarbonizzazione vera l’hanno rimandata. Ora che la Commissione si appresta a rivedere le regole, cosa possono aspettarsi i contribuenti e il mercato?

La resa dei conti del 15 luglio

La partita entrerà nel vivo il prossimo 15 luglio, quando la Commissione europea presenterà la proposta di revisione dell’ETS. Sul tavolo c’è l’ipotesi di chiedere agli Stati membri di destinare una quota maggiore dei proventi del sistema al finanziamento della decarbonizzazione industriale. Una correzione di rotta che proverebbe a colmare il vuoto tra risorse incassate e investimenti realizzati. Ma dall’altra parte del tavolo siedono proprio i tre produttori, che in un appello delle tre aziende hanno chiesto una pausa temporanea nell’escalation dei costi dell’ETS, sostenendo che il costo del carbonio vada mantenuto ai livelli attuali finché non saranno disponibili tecnologie di decarbonizzazione economicamente sostenibili. Una posizione che rischia di cristallizzare proprio quello squilibrio tra permessi incassati e investimenti reali che i numeri di SteelWatch hanno messo a nudo.

La vera cartina di tornasole non sarà il volume delle quote in circolazione, né il prezzo del carbonio sul mercato, ma la percentuale dei proventi che gli Stati dovranno destinare alla decarbonizzazione industriale. È lì che si misurerà la volontà di correggere il sistema. Tenete d’occhio quella cifra.