La replica di Greenpeace, Legambiente e Wwf al “falso dilemma” tra rinnovabili e paesaggio
Con l’afa che stringe l’Italia e il contatore che corre, la scorsa settimana è riemersa una domanda tanto provocatoria quanto fuori dal tempo: siamo davvero disposti a “bruciare la Gioconda” per ottenere energia? A porla, in una lettera aperta, erano intellettuali del calibro di Vittorio Sgarbi, Corrado Augias e Salvatore Settis, che si chiedevano se gli storici compagni di battaglie ambientaliste fossero pronti a sacrificare i beni culturali e il paesaggio sull’altare delle rinnovabili. Ma oggi, nella lettera congiunta di Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia, la replica è tanto netta quanto pragmatica: creare un conflitto tra fonti rinnovabili e tutela del paesaggio è l’errore più grande che si possa compiere in piena emergenza climatica.
Il falso dilemma del paesaggio
Partiamo proprio da quella immagine paradossale, la Gioconda tra le fiamme per alimentare la rete elettrica. Sembra una provocazione estrema, ma fotografa perfettamente un cortocircuito tutto italiano: quello di chi oppone la transizione energetica alla bellezza, come se fossero due nemici inconciliabili. La risposta delle associazioni è un dritto al mento di ogni estremismo: “Nessuno, e men che mai le nostre tre associazioni ambientaliste, pensa di “bruciare la Gioconda” per produrre energia”. Non è una resa, ma la rivendicazione di un approccio che non ha nulla di ideologico.
Il vero paradosso è un altro. Mentre si alimenta questa battaglia culturale senza vincitori, il Mediterraneo sta letteralmente bollendo. La crisi climatica avanza più velocemente che altrove nel nostro mare, e la sicurezza delle persone e i bilanci delle famiglie sono già sotto attacco. È ironico, se ci si pensa: si dibatte su un panorama offeso da un pannello solare, ma si chiudono entrambi gli occhi sull’emergenza silenziosa che rischia di distruggere quel panorama per sempre, inondandolo di siccità e ondate di calore letali.
Quello che succede davvero (bollette, salute, lavoro)
Dai salotti culturali alle strade roventi, i numeri raccontano una storia diversa, ben poco incline alle astrazioni. Nei giorni scorsi, un’ondata di calore anomala ha investito il Paese, spingendo l’allerta congiunta di Greenpeace e CGIL a lanciare un appello urgente: nei soli prossimi tre giorni, la salute di oltre 1,5 milioni di lavoratrici e lavoratori è a rischio concreto. Non siamo più nel campo delle previsioni future: il corpo di chi lavora sotto il sole o in capannoni non climatizzati è già oggi il primo sensore di un clima impazzito.
E non è una fatalità. Basta guardare ai dati per capire che il clima è cambiato radicalmente sotto i nostri occhi. Secondo una nuova indagine di Greenpeace, la quota di giornate estive con una temperatura media percepita superiore a 32°C — la soglia oltre cui l’organismo entra in forte stress — è passata dal 39% di trent’anni fa al 62% dell’ultimo quinquennio. Significa che passiamo quasi due terzi dell’estate in condizioni potenzialmente pericolose per la salute.
E poi c’è la bolletta, il tallone d’Achille di ogni famiglia. Qui la retorica lascia spazio a un dramma quotidiano. La povertà energetica in Italia riguarda già circa 5,3 milioni di persone, pari a 2,4 milioni di famiglie. Sono nuclei che devono scegliere se usare la lavatrice o accendere il condizionatore, se raffreddare la casa o fare la spesa. Di fronte a questi dati, il dilemma non è più “se” fare le rinnovabili, ma “quanto in fretta” possiamo farle. Lo scorso maggio, Simon Stiell, segretario esecutivo dell’ONU per il clima, ha parlato di «brutale richiamo», ricordando con chiarezza che il cambiamento climatico di origine umana non è un’ipotesi di scuola, ma la causa diretta di ondate di calore sempre più frequenti ed estreme. Il colpevole, ha aggiunto, è la dipendenza dai combustibili fossili.
La scelta che conviene
Se il dubbio è superato, la strada è segnata e guarda dritto al portafoglio. Smontiamo un altro luogo comune: la transizione energetica non è un lusso per benestanti. Basta guardare alla Spagna per capirlo. Lì, un massiccio ricorso alle fonti rinnovabili sta già producendo un effetto concreto e misurabile: bollette più competitive per tutti. Non serve scomodare i beni culturali per difendere lo status quo; serve piuttosto copiare ciò che funziona altrove, adattandolo al nostro territorio senza isterismi ideologici.
Per il cittadino o l’imprenditore, la domanda giusta non è “come salvo il paesaggio dal pannello”, ma “quanto posso risparmiare davvero in bolletta tra dieci anni?”. I meccanismi ci sono, le tecnologie pure. La vera crisi energetica non è una scelta tra Monna Lisa e una pala eolica: è la scelta pragmatica di chi guarda i numeri, vede che il prezzo del gas continua a oscillare pericolosamente e decide che è arrivato il momento di proteggere il proprio reddito e la propria salute. Abbassare le bollette e proteggersi dal caldo estremo non è un lusso culturale o un dibattito accademico: è una questione di buon senso, già alla portata di chi preferisce i numeri alle polemiche.




