Nel 2025 la risorsa idrica nazionale è calata del 19%, mentre i mari italiani hanno raggiunto temperature record
Centoventuno giorni senza una goccia d’acqua. La costa ionica della Calabria, osservata dai satelliti e dalle stazioni meteo, è rimasta a secco per quattro mesi consecutivi nel 2025 — un intervallo che non assomiglia più a una stagione anomala, ma alla nuova normalità di un paese che si sta riscrivendo dal basso, letteralmente disseccandosi. La Sardegna non è andata molto meglio: 118 giorni asciutti, secondo i dati che il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente ha appena condensato nel Rapporto SNPA n. 48/2026, pubblicato il 1° luglio e deliberato dal Consiglio SNPA il 10 giugno scorso con atto n. 319/26. Centodiciotto giorni, centoventuno giorni: le cifre smettono presto di dire qualcosa, se non le si appoggia su un territorio reale fatto di agricoltori che vedono seccare i raccolti, di sindaci che attivano le autobotti, di famiglie che accumulano taniche in garage.
L’arsura della Calabria e della Sardegna: il dato che non possiamo più ignorare
Non stiamo descrivendo un evento estremo isolato. I 121 giorni senza pioggia sulla costa ionica e i 118 in Sardegna raccontano un 2025 in cui la siccità ha smesso di essere un’emergenza intermittente e si è trasformata in condizione strutturale. Sono cifre tratte dal rapporto SNPA, e sono il tipo di informazione che un tempo avrebbe occupato le prime pagine dei quotidiani per una settimana, scatenando dichiarazioni politiche e tavoli di crisi. Oggi rischiano di scivolare in un comunicato letto da pochi addetti ai lavori — e questo silenzio, più ancora della siccità, è il sintomo di un paese che ha imparato a convivere con i propri disastri senza più nominarli.
La questione non è se questi numeri siano attendibili — lo sono, e arrivano dalla rete di monitoraggio più autorevole che abbiamo — ma se qualcuno abbia intenzione di usarli per fare qualcosa. Dietro i 121 giorni calabresi e i 118 sardi c’è un sistema idrico nazionale che nel 2025 ha visto la disponibilità complessiva di risorsa scendere a 128 miliardi di metri cubi, il 19% in meno rispetto all’anno precedente. Non un calo marginale: quasi un quinto dell’acqua che avevamo a disposizione è sparito in dodici mesi, mentre le temperature continuavano a salire.
Acqua: -19% in un anno, mentre il mare ribolle
Il paradosso climatico italiano è tutto qui: l’acqua manca sulla terraferma, ma il mare che ci circonda ribolle come mai negli ultimi quattro decenni. Nel 2025 la temperatura media annuale dei mari italiani ha raggiunto i 20°C, con punte superiori a 26°C a luglio e agosto — valori che portano la firma di un Mediterraneo trasformato in accumulatore di calore. È stato il secondo anno più caldo per i mari italiani dal 1982, con un’anomalia di +1,18°C rispetto al trentennio 1991-2020. Mari più caldi significano più evaporazione, più energia in atmosfera, più eventi estremi — ma non significano più pioggia, o almeno non pioggia distribuita in modo utile per l’agricoltura e gli acquedotti. Il caldo trattiene l’umidità nell’aria e poi la scarica tutta insieme, in episodi violenti che non ricaricano le falde, ma alluvionano e defluiscono a mare nel giro di poche ore.
Questo squilibrio non è nato nel 2025. Già nel 2023 l’Italia aveva registrato l’anno più caldo dal 1961, e nel 2024 l’anomalia della temperatura media era salita a +1,33°C rispetto alla baseline 1991-2020. Tre anni consecutivi di record e semi-record termici che hanno progressivamente consumato le riserve idriche del paese, lasciando regioni come Calabria e Sardegna esposte a periodi di aridità sempre più lunghi. Il rapporto SNPA non aggiunge quasi nulla di nuovo alla diagnosi; semmai la consolida, la rende ufficiale, le dà un numero di delibera e un codice ISBN. E qui comincia il problema.
Pubblicato. E adesso?
Il Consiglio SNPA ha deliberato il rapporto il 10 giugno 2026. È stato pubblicato il 1° luglio, con ISBN 978-88-448-0375-9. Centinaia di pagine di dati, serie storiche, mappe, proiezioni. Ogni anno, puntuale, il rapporto sul clima diventa l’istantanea più dettagliata dello stato di salute ambientale del paese. E ogni anno, altrettanto puntuale, la domanda resta senza risposta: chi prende quei numeri e li trasforma in decisioni vincolanti?
Con 128 miliardi di metri cubi d’acqua disponibili e un deficit del 19% rispetto all’anno precedente, il 2026 — e soprattutto l’estate 2027 — potrebbero essere peggiori. Lo sappiamo già, perché i dati lo dicono. Ma i cittadini che in Calabria e Sardegna hanno già vissuto mesi senz’acqua, le imprese agricole che hanno perso raccolti, i consorzi di bonifica che gestiscono infrastrutture colabrodo: tutti loro hanno già una risposta? Il rapporto SNPA non può darla, e non è compito suo. Ma se nessun altro la fornisce, quelle 121 giornate asciutte sulla costa ionica smettono di essere un campanello d’allarme e diventano semplicemente l’epitaffio di un paese che ha scelto di guardare il proprio clima cambiare senza mai decidere di governarlo.




