L’Agenzia europea dell’ambiente quantifica l’impatto degli sbalzi del prezzo del gas sulla bolletta elettrica
Nelle prime sedici settimane del 2026, la volatilità del prezzo del gas è costata all’Unione europea circa 13 miliardi di euro in bolletta elettrica all’ingrosso, secondo un’analisi dell’Agenzia europea dell’ambiente. Nello stesso periodo, le energie rinnovabili ne hanno fatti risparmiare 29. Il conto è presto fatto: senza eolico e solare, il colpo sarebbe stato molto più duro. Non è una questione di prezzi alti in assoluto, ma di instabilità: il sistema elettrico europeo resta agganciato al costo marginale del gas, e quando quel costo oscilla, oscilla tutto il resto.
Il conto della volatilità
I 13 miliardi di euro sono il prezzo che il sistema elettrico europeo ha pagato per l’instabilità dei mercati del gas tra gennaio e metà aprile 2026. Per dare un ordine di grandezza: si tratta di una cifra paragonabile al bilancio annuale di alcuni Stati membri di media dimensione. Non stiamo parlando di un aumento strutturale del costo del combustibile, ma dell’effetto degli sbalzi improvvisi: il meccanismo di formazione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Europa funziona per ordine di merito, e quando il gas — quasi sempre la fonte più cara — fissa il prezzo marginale, ogni sua oscillazione si trasmette all’intero mercato.
Di contro, i 29 miliardi risparmiati grazie alle rinnovabili raccontano una storia diversa, e più interessante. L’eolico e il solare, una volta installati, producono a costo marginale quasi nullo. Più energia immettono nel sistema, meno spazio resta per le centrali a gas come fonte di determinazione del prezzo. L’EEA lo scrive con chiarezza: le rinnovabili si stanno confermando l’ammortizzatore del sistema più efficace. Il meccanismo è semplice: ogni megawattora generato da fonte rinnovabile sposta fuori dal mix la fonte più costosa, comprimendo il prezzo per tutti. Non è una teoria: sono 29 miliardi di euro di bollette evitate in poco più di un trimestre.
Ma cosa ha scatenato questa nuova ondata di volatilità?
La dipendenza che non ti aspetti
Dietro quelle cifre c’è una storia di dipendenza strutturale e shock geopolitici che si sono accumulati negli ultimi quattro anni. Già nel 2024, secondo Eurostat, le importazioni di gas rappresentavano circa l’85% del consumo totale dell’UE. Un margine di autonomia ridotto, che espone il continente a qualsiasi scossa sui mercati internazionali, indipendentemente da chi sia il fornitore di turno.
L’Europa ha fatto passi avanti nel disaccoppiamento dal gas russo: la quota di importazioni da Mosca è scesa dal 45% del 2022 al 12% nel 2025, secondo i dati della Commissione europea. Nello stesso arco di tempo, il petrolio russo è passato dal 27% al 2% delle importazioni UE. Sono numeri che raccontano una trasformazione reale del panorama energetico europeo. Ma diversificare le fonti non significa eliminare la vulnerabilità: significa solo spostarla altrove. Il gas resta gas, ovunque arrivi, e il suo prezzo si forma su un mercato globale che reagisce a qualsiasi tensione.
La crisi del gas tra il 2021 e il 2024 aveva già mostrato quanto possa costare questa dipendenza. Una stima Ember quantifica in 1.800 miliardi di euro il conto delle importazioni di combustibili fossili in quel triennio. Rispetto ai prezzi pre-crisi, l’UE ha pagato 930 miliardi in più per le stesse quantità di materia prima: un trasferimento netto di ricchezza verso i paesi produttori, senza alcun beneficio aggiuntivo in termini di energia consumata. La dinamica che ha portato a quell’esborso fu innescata dal crollo delle forniture russe via gasdotto nel corso del 2022, sullo sfondo dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Mosca tentò di imporre un sistema di pagamento in rubli agli acquirenti europei per i contratti esistenti, una mossa che provocò tagli unilaterali alle esportazioni e sanzioni russe contro alcuni acquirenti, mentre gli Stati membri contestavano la legittimità della richiesta. L’Agenzia internazionale dell’energia ha definito quell’episodio una lezione sull’anatomia di una crisi del gas: non serve un’interruzione fisica delle forniture per far saltare il mercato, bastano mosse unilaterali sui meccanismi di pagamento.
Nel 2026 la storia si è ripetuta con uno scenario diverso, ma dagli effetti simili. Lo scorso marzo, la chiusura dello Stretto di Hormuz in seguito all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran ha causato quella che la stessa Agenzia internazionale dell’energia ha definito la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale. L’EEA ha osservato che la restrizione dello Stretto ha già perturbato i mercati internazionali del petrolio e del gas, con ripercussioni immediate sui prezzi europei. Il meccanismo è noto: Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui transita una quota significativa del commercio globale di idrocarburi. Chiuderlo significa strozzare l’offerta mondiale, e i mercati reagiscono all’istante.
In altre parole: l’Europa ha ridotto la dipendenza da un fornitore specifico, ma non dalla logistica globale dell’energia fossile. Basta un collo di bottiglia in un punto strategico del pianeta perché la volatilità torni a mordere, e il conto arrivi direttamente nelle bollette. E ora, cosa può proteggerci in futuro?
Lo scudo verde
Se il passato recente è fatto di bollette salate e shock a ripetizione, il futuro potrebbe scriversi con l’energia pulita. L’analisi dell’EEA offre una proiezione concreta: entro il 2030, la diffusione delle rinnovabili potrebbe ridurre in modo significativo i prezzi medi all’ingrosso dell’elettricità nell’UE. Senza un’accelerazione delle installazioni, al contrario, i prezzi all’ingrosso potrebbero salire del 125%. Non è una stima marginale: è la differenza tra una bolletta gestibile e una che torna a pesare su famiglie e imprese come nei momenti peggiori della crisi del gas.
Non è una previsione astratta. I 29 miliardi risparmiati nelle prime sedici settimane del 2026 sono un test in scala reale di ciò che le rinnovabili possono fare quando la componente fossile del mix energetico va in sofferenza. Più capacità rinnovabile significa meno ore in cui il gas determina il prezzo, e quindi meno esposizione alla volatilità. Il meccanismo è strutturale: ogni gigawatt di eolico o solare che entra in rete riduce la dipendenza dal combustibile più caro, e lo fa in modo automatico, senza bisogno di decisioni politiche o interventi d’emergenza.
Il numero da tenere d’occhio, da qui al 2030, resta uno solo: la quota di rinnovabili nel mix elettrico europeo. Non la potenza installata, non gli annunci di nuovi parchi eolici, ma l’energia effettivamente prodotta e immessa in rete, giorno per giorno, stagione per stagione. È lì che si gioca la partita tra vulnerabilità e protezione: ogni punto percentuale guadagnato dalle fonti pulite è un punto percentuale sottratto all’esposizione ai prezzi del gas, e quindi alla prossima crisi, da qualunque latitudine arrivi.




