Il fondo Ue per l’innovazione ha 12,3 miliardi inutilizzati, ma solo il 2,7% è stato speso
Hai presente quando in assemblea di condominio si parla di colonnine per auto elettriche e dopo due ore non si è deciso nulla? Non è solo una frustrazione da condominio italiano. È il sintomo di qualcosa che in Europa ci portiamo dietro da anni: la transizione energetica la discutiamo, la legiferiamo, la finanziamo — ma poi non la facciamo. Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, stanno costruendo la rete del futuro partendo dai garage e dai parcheggi condominiali.
Senza aspettare Washington.
A giugno 2026, Sunrun, Renew Home e Tesla hanno annunciato l’accordo per la maxi-centrale distribuita americana, pensata per aggregare centinaia di migliaia di batterie già installate nelle case e trasformarle nella più grande risorsa di rete del Paese. Non una nuova diga, non una centrale a gas: un mosaico di dispositivi esistenti, collegati da software.
I numeri cominciano a pesare. Nei primi tre mesi del 2026, le installazioni di batterie residenziali americane hanno toccato 673 megawatt, un record assoluto. E nel 2025 la capacità coperta da virtual power plant è cresciuta del 153%, secondo. Nel luglio 2025, la prova sul campo di 100.000 batterie domestiche ha dimostrato che aggregate possono erogare più potenza di una grande centrale a gas di punta.
A Boston, intanto, un complesso residenziale ha portato a termine l’installazione condominiale di 64 colonnine. Dalla progettazione alla messa in funzione: circa un anno. La fase di cantiere è durata alcuni mesi. Il 70% dei costi — infrastruttura elettrica e parte dell’hardware — è stato coperto da i programmi di incentivo dell’utility Eversource. Non un bando regionale da compilare col commercialista, non un bonus da detrarre in cinque anni: un’utility che investe per alleggerire la propria rete e al contempo abilita la ricarica domestica per chi vive in appartamento.
In Germania, la ricarica bidirezionale di Octopus Energy offre già un contatore intelligente e un caricatore che trasforma l’auto elettrica in una batteria su ruote, capace di restituire energia alla rete. Un altro tassello della stessa strategia dal basso.
E in Europa? I soldi ci sono. Fermi.
La Commissione europea ha uno strumento che si chiama Innovation Fund, alimentato dai proventi del sistema ETS — le quote di emissione che le industrie pagano. A giugno 2025, il tesoretto inutilizzato del Fondo innovazione UE ammontava a 12,3 miliardi di euro. Ne sono stati effettivamente erogati 331,8 milioni: il 2,7%. Nel frattempo, solo il 5% dei proventi ETS dichiarati finanzia davvero la decarbonizzazione industriale, come emerge dai dati su.
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque guardi i numeri: il tasso di elettrificazione dell’UE è inchiodato al 23% dei consumi finali da oltre dieci anni. Non cresce. E mentre restiamo al palo, 500 gigawatt di capacità eolica aspettano il via libera per allacciarsi alla rete, bloccati da l’appello per permessi rapidi e reti robuste che nessuno sembra ascoltare.
Le batterie costano meno del gas: non è ideologia
Un rapporto di Ember del maggio 2026 ha messo nero su bianco qualcosa che cambia i conti di qualsiasi utility: la competitività dei grandi impianti a batteria ha ormai superato quella delle nuove centrali a gas. Costano meno e si costruiscono in meno tempo. Non è ambientalismo, è matematica finanziaria.
Ed è qui che la vicenda tocca il portafoglio di famiglie e imprese italiane. Quei 12 miliardi di euro dormienti nel Fondo innovazione europeo potrebbero ridurre i tempi di rientro di un impianto fotovoltaico con accumulo, abbattere i costi di installazione delle colonnine condominiali, finanziare i virtual power plant che in America stanno già dimostrando di funzionare. Invece restano bloccati nei meccanismi di rendicontazione.
Quello che possiamo portare a casa
Non serve copiare gli Stati Uniti in blocco. Ma qualche lezione pratica sì. La prima: i condomini si elettrificano se c’è un soggetto — un’utility, un aggregatore — che si prende in carico l’investimento iniziale e lo ripaga con i servizi di rete. La seconda: le batterie domestiche, se aggregate, sono già oggi un asset di sistema, non un vezzo da early adopter. La terza: in Europa i fondi per fare tutto questo esistono, ma finché restano incagliati nella burocrazia, sono carta straccia.
Se stai valutando un accumulo per il fotovoltaico o una wallbox condominiale, oggi il tuo principale alleato non è la tecnologia — quella funziona già — ma la capacità del sistema di metterti in condizione di usarla senza dover anticipare cifre insostenibili. In America ci stanno provando con le utility, in Germania con offerte come PowerDrive. In Italia, per ora, puoi guardare cosa fanno gli altri e sperare che qualcuno si accorga di quei 12 miliardi che aspettano solo di essere spesi.




