Dodici Stati membri chiedono tre anni di proroga sugli obblighi per gli importatori di metano

Nei primi 44 giorni della guerra in Iran, mentre i prezzi del gas si impennavano e i governi correvano ai ripari, l’Europa ha speso 22 miliardi di euro extra in importazioni di combustibili fossili. Una cifra che da sola basterebbe a finanziare tre anni di Piano sociale per il clima. Eppure, nello stesso momento, dodici Stati membri — Italia in testa — chiedevano a Bruxelles di allentare proprio le regole che dovrebbero ridurre quella dipendenza.

Benvenuti nella politica energetica europea, dove la bolletta si paga sempre, ma le emissioni si rimandano.

Un fronte di dodici Paesi affossa il regolamento metano

La notizia è emersa al Consiglio Energia del 26 giugno 2026: Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Cechia, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia hanno presentato la richiesta di rinvio delle norme sul metano. Tre anni di proroga per gli obblighi sugli importatori, perché — scrivono i governi nella nota congiunta — un’applicazione rigida delle regole potrebbe spingere alcuni produttori a ridurre o sospendere le consegne verso l’Ue. Il ricatto energetico, insomma, non è un rischio remoto: è già qui, e i governi lo prendono come alibi per non agire.

A dare voce alla preoccupazione è stato il ministro Urso, che ha fatto notare come gli adempimenti dal prossimo anno ricadrebbero sugli importatori europei, ma dipenderebbero da Paesi terzi sui quali gli operatori Ue non hanno controllo diretto. Peccato che Stati Uniti, Qatar, Nigeria e Algeria — i principali fornitori — avessero già scritto alla Commissione segnalando pericoli per le forniture. La la richiesta di rinvio delle norme sul metano non è quindi una mossa preventiva: è la risposta a una pressione già esercitata.

Prima inadempiente, poi capofila del rinvio

C’è un dettaglio che rende la posizione italiana particolarmente imbarazzante. A luglio 2025 la Commissione europea aveva messo in mora l’Italia — insieme ad altri otto Stati — per non aver nominato e notificato entro il 5 febbraio 2025 l’autorità competente per il monitoraggio e l’applicazione del regolamento metano. Un anno dopo, Roma guida la richiesta di smantellarlo. L’inadempimento italiano, documentato ancora oggi dalla procedura d’infrazione in corso, è la cartina di tornasole di un approccio sistematico: prima si ignorano gli obblighi, poi si chiede di cancellarli. Non è una svista: è una strategia.

Intanto, mentre i governi negoziavano il rinvio, quasi trenta organizzazioni coordinate da Climate Action Network Europe hanno scritto alla Commissione chiedendo di evitare un fermo di fatto sul regolamento. La la richiesta di rinvio delle norme sul metano viene letta dalle associazioni come l’ennesimo tentativo di diluire gli impegni climatici. E la lettera dell’11 giugno lo dice senza giri di parole: se l’Ue cede ora, perde credibilità su tutto il resto del Green Deal.

Il clima si paga (sulla bolletta, non sulle emissioni)

Il quadro che emerge è quello di un’Europa che si vanta di guidare la lotta climatica, ma che sul piano strutturale resta intrappolata nella sua dipendenza energetica. Oggi l’Unione importa oltre il 60% dell’energia che consuma come combustibili fossili, mentre la Cina si ferma al 25% e gli Stati Uniti esportano più energia di quanta ne usino. Sono numeri che raccontano una vulnerabilità sistemica, che la proposta di trasformare l’ETS in motore elettrico prova a scardinare. Ma finché il prezzo del gas resta la variabile indipendente delle politiche climatiche, ogni regolamento è destinato a piegarsi.

E il Piano sociale per il clima, che dovrebbe accompagnare famiglie e imprese nella transizione, non è stato ancora formalmente presentato a Bruxelles. Resta sulla carta, mentre i soldi veri continuano a fluire verso i Paesi produttori di gas. Il paradosso è servito: l’Europa trova 22 miliardi per pagare le bollette di una guerra, ma non trova le risorse per attrezzarsi contro la prossima crisi energetica.

Chi perde, a questo giro, non sono le lobby del fossile. Sono i cittadini, che pagano due volte: in bolletta adesso, e in ritardo climatico domani. Cosa succede ora? La Commissione dovrà decidere se accogliere la richiesta dei dodici o tener duro sul regolamento. Ma se anche dovesse resistere, resta il vuoto di un Piano sociale che nessuno ha ancora messo sul tavolo. E senza quello, ogni norma rischia di restare un bersaglio facile per il prossimo fronte di governi pronti a chiedere altri tre anni.