Il rapporto del WWF prova a mettere ordine tra decine di parametri ambientali marini

Per monitorare il clima, lo sappiamo ormai a memoria, basta un solo indicatore: le emissioni di gas serra. Per l'oceano, invece, la faccenda è molto più complicata. Un rapporto del WWF pubblicato nei giorni scorsi lo dimostra con chiarezza: biodiversità, qualità dell'acqua, stato degli stock ittici, salute degli ecosistemi costieri — gli indicatori da tenere d'occhio sono decine, e non sempre è ovvio quali scegliere né come misurarli. Per le aziende che operano nell'economia blu — dalla pesca all'eolico offshore, dal turismo costiero alla cantieristica navale — la sfida della rendicontazione ambientale smette di essere un esercizio teorico e diventa un problema concreto, quotidiano, ancora in gran parte irrisolto.

La differenza tra i due mondi la spiega bene la Science Based Targets Network: per il clima basta tracciare le emissioni di gas serra, un'unità di misura universale, confrontabile, standardizzata. Per la natura — e per l'oceano in particolare — bisogna monitorare indicatori che toccano la biodiversità, l'acqua, il suolo, gli habitat marini. Non c'è un'unità di conto unica, non c'è un equivalente della tonnellata di CO₂ per il degrado di una prateria di posidonia o per il collasso di uno stock ittico. E senza metriche condivise, qualunque impegno aziendale rischia di restare sulla carta.

Un numero contro mille

Il paradosso è tutto qui. Le aziende si sono abituate — spinte dalla regolamentazione, dagli investitori, dall'opinione pubblica — a rendicontare la propria impronta climatica con un grado di dettaglio crescente. Ma quando si spostano sul terreno della natura, scoprono che gli indicatori si moltiplicano, si sovrappongono, e nessuno ha ancora l'autorità di dire quali siano davvero quelli giusti. La Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel dicembre 2022 alla COP15, ha fissato quattro obiettivi e 23 target da raggiungere entro il 2030: un'agenda ambiziosa, ma che sul piano operativo lascia aperti molti interrogativi. Quali parametri usare? Con quale frequenza misurarli? Chi li verifica? Domande che per il clima hanno già risposte abbastanza consolidate, e che per l'oceano sono ancora in buona parte da scrivere.

La bussola del WWF

Il rapporto pubblicato nei giorni scorsi prova a mettere ordine. Non parte dal nulla: già nel giugno 2025 il WWF aveva diffuso un documento — Towards nature positive for the ocean: pathways for corporate contributions — che indicava le azioni possibili per i settori dell'eolico offshore, del turismo costiero e marino, della cantieristica e dell'industria ittica. Quel primo lavoro rispondeva a una domanda semplice: cosa possono fare concretamente le imprese per contribuire all'obiettivo «nature positive», cioè fermare e invertire la perdita di biodiversità? Mancava però il tassello successivo: una volta definite le azioni, come si misura se stanno funzionando?

È qui che si inserisce il nuovo rapporto. Gli autori hanno passato al setaccio la letteratura scientifica e le pratiche già in uso tra gli operatori, sintetizzando un insieme di indicatori ecologici raccomandati per ciascun settore. Il punto centrale — e forse il più utile per chi deve prendere decisioni — è l'allineamento con i framework internazionali già esistenti: la Taskforce on Nature-related Financial Disclosures (TNFD), la stessa Science Based Targets Network, ma anche standard come gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), le certificazioni Marine Stewardship Council e Aquaculture Stewardship Council, e il Global Dialogue on Seafood Traceability. In altre parole, il WWF non propone un nuovo sistema che si aggiunge agli altri, ma mostra come gli indicatori raccomandati si inseriscano in un'architettura che le aziende stanno già iniziando a conoscere.

La sfida per le imprese

Dalla teoria alla pratica, però, il salto resta notevole. Allineare gli indicatori sulla carta è un esercizio di coerenza metodologica; tradurli in processi aziendali è tutta un'altra partita. Chi raccoglie i dati? Con quali strumenti? Chi ne verifica l'accuratezza? Per un'azienda della pesca, monitorare lo stato degli stock ittici significa investire in rilevazioni che vanno ben oltre gli obblighi normativi attuali. Per un operatore dell'eolico offshore, tracciare l'impatto sugli ecosistemi marini richiede competenze che non sempre sono disponibili internamente. E per tutti vale il problema della comparabilità: se ogni impresa sceglie i propri indicatori, il rischio è che i report diventino incomparabili tra loro, vanificando lo sforzo di trasparenza.

Non è un caso che il rapporto insista sull'allineamento con TNFD e SBTN. Entrambe le iniziative stanno spingendo perché la rendicontazione sulla natura segua la stessa traiettoria di quella sul clima: da volontaria a obbligatoria, da qualitativa a quantitativa, da autoreferenziale a verificata. Ma il percorso è ancora in salita. La TNFD ha pubblicato le sue raccomandazioni finali nel 2023 e sta gradualmente entrando nei requisiti di disclosure in diverse giurisdizioni; la SBTN ha avviato i primi pilot per i target sulla natura, ma siamo ancora lontani da uno standard globale paragonabile a quello che esiste per le emissioni. Il rapporto del WWF offre una mappa, ma la strada per arrivare a una rendicontazione affidabile e confrontabile passa da investimenti, formazione e — quasi sicuramente — da un inasprimento della regolamentazione.

C'è poi un ulteriore nodo, meno tecnico ma altrettanto spinoso: la natura non ha un'unità di misura universale. Per il clima, una tonnellata di CO₂ emessa in Norvegia equivale a una tonnellata emessa in Indonesia. Per l'oceano, il deterioramento di una barriera corallina nel Sud-Est asiatico non è commensurabile con la riduzione della biodiversità nel Mare del Nord. Questo rende molto più difficile costruire mercati, fissare prezzi, stabilire meccanismi di compensazione. Ed è esattamente il tipo di complessità che le aziende faticano a gestire quando devono rendicontare ai propri azionisti.

Il 2030 — l'orizzonte fissato dal Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework — non è poi così lontano. Quattro anni, nel ciclo di pianificazione di una grande impresa, volano. E la direzione di marcia sembra chiara: la rendicontazione sulla natura non resterà a lungo un esercizio volontario. Il rapporto del WWF offre una bussola, ma la rotta la devono tracciare le imprese, con tutti i rischi e i costi che questo comporta. Chi parte prima, forse, arriverà meno impreparato all'appuntamento con la regolamentazione. Ma per ora, in molti stanno ancora cercando di capire da che parte guardare.