La perdita dei grandi predatori indebolisce il controllo biologico degli ecosistemi

La promessa che non abbiamo mantenuto

Già nel 2011, Estes e colleghi avevano coniato il termine “trophic downgrading” – declassamento trofico – e stabilito che la perdita dei grandi consumatori apicali rappresenta l’influenza più pervasiva dell’umanità sulla natura. Ma quel monito, come le dichiarazioni di Rio, è rimasto ai margini del dibattito politico. Ora i numeri offrono una prova inoppugnabile di cosa significhi, in concreto, smantellare un sistema naturale.

La rete che svela il collasso

Per valutare la funzionalità, i ricercatori hanno usato due indicatori chiave: il consumo primario (quanto materiale vegetale e detrito viene trasformato in biomassa animale) e la predazione (quanta energia fluisce attraverso i consumatori secondari). Il risultato è netto: la funzionalità aumenta costantemente con la ricchezza di taxa, a tutti i livelli trofici e in tutti gli ambienti esaminati. Non è una semplice correlazione statistica. In reti alimentari più diversificate, la maggiore diversità verticale – ossia un livello trofico massimo più elevato – e la complementarità trofica dei predatori amplificano i flussi di predazione. In particolare, nei sistemi d’acqua dolce, la complementarità dei predatori ha prodotto un incremento significativo dei flussi di predazione.

Il dato più scomodo, però, è un altro. Lo studio ricorda che i predatori sono gli elementi più vulnerabili ai disturbi di origine umana. La loro scomparsa non è solo una perdita di specie: è un guasto al motore che regola la funzionalità dell’intero sistema. Senza predatori, il controllo biologico si indebolisce, la stabilità traballa e la stessa biodiversità che vorremmo proteggere rischia di collassare. I servizi che diamo per scontati – dalla regolazione delle popolazioni di erbivori alla resilienza di fronte a eventi estremi – hanno bisogno di vertici trofici intatti.

Chi paga la scomparsa dei predatori?

Non si tratta di una discussione accademica. Meno predatori significano meno regolazione naturale delle popolazioni di erbivori e parassiti, meno resilienza di fronte a eventi estremi, e in ultima analisi un conto che arriva alle nostre società – che da quei servizi dipendono per la pesca, l’agricoltura, la qualità dell’acqua. Eppure, il declassamento trofico non compare nei vertici internazionali con la stessa urgenza con cui si discute di emissioni o plastica.

Quanti vertici della Terra dovremo ancora celebrare prima di riconoscere che il declassamento trofico è anche un debito che prima o poi arriverà all’incasso per le nostre società?