Il Regno Unito stanzia 21,7 miliardi di sterline in 25 anni per cinque progetti di cattura della CO2

Promettere fino a 21,7 miliardi di sterline per la cattura del carbonio mentre il mondo intero ne cattura appena 62,5 milioni di tonnellate l’anno – e l’IEA ne chiede 1,7 miliardi di tonnellate entro il 2035 – è il paradosso di una corsa che parte in salita. È il quadro che emerge da un’analisi di Carbon Brief pubblicata lo scorso agosto: già a febbraio 2026, secondo l’IEA, esistevano 75 progetti CCS operativi nel mondo, capaci di catturare 62,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.

Il miraggio dei 21,7 miliardi: numeri che non tornano

Il governo britannico si è impegnato a investire fino a 21,7 miliardi di sterline in 25 anni per sostenere i primi cinque progetti CCS del Paese e candidarsi a «leader precoce» del settore. Il dettaglio non è secondario: «fino a» è un tetto, non un assegno già firmato. La cifra va letta accanto all’obiettivo fissato dallo scenario net-zero dell’IEA: 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 catturate entro il 2035, quasi trenta volte più di quanto viene catturato oggi. In altri termini, Londra scommette decine di miliardi su una tecnologia che dovrebbe crescere di un fattore trenta in poco più di un decennio. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore della promessa. Un conto è finanziare progetti in un mercato che si sta espandendo; un altro è sostenere un settore che parte da una base così ridotta e deve moltiplicarla in tempi stretti.

La scommessa non è un’eccezione britannica. Uno studio ha rilevato che 33 delle 67 strategie net-zero di lungo termine presentate all’ONU dai governi puntano sulla cattura e lo stoccaggio del carbonio; altre 10 ne indicano un uso potenziale. Oltre la metà dei Paesi con una strategia depositata ha inserito la CCS nei propri piani. Ma tra i numeri scritti nei documenti e la realtà degli impianti operativi la distanza è enorme. Se la CCS fosse già una tecnologia matura, il divario sarebbe un problema di tempi; con impianti operativi fermi a numeri così bassi, il divario è un problema di credibilità.

E qui si innesta la critica più rilevante. Già nel 2025, il comitato per la contabilità pubblica del Regno Unito ha contestato l’approccio a cluster scelto dal governo: secondo il Public Accounts Committee, questo modello non garantisce che il sostegno finanziario alla CCUS venga diretto ai settori che ne avranno più bisogno, con un riferimento esplicito alla produzione di cemento. Prima ancora di accendere gli impianti, insomma, non è chiaro se i soldi andranno dove servono davvero. La CCUS, nel modello a cluster, tende a concentrarsi dove l’industria è già forte; il comitato parlamentare ricorda che non è detto che questo coincida con i settori più difficili da decarbonizzare.

Un miliardo cancellato, due siti promessi

La storia britannica della CCS è un’altalena. Già nel 2015 il governo ha cancellato la gara da 1 miliardo di sterline per la tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio sei mesi prima che dovesse essere assegnata. Un passo indietro netto, che oggi convive con una promessa di segno opposto: due siti di stoccaggio sottomarini con una capacità combinata superiore a 8,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno per 25 anni, come indicato nella documentazione sui progetti britannici.

La contraddizione è tutta qui. Da un lato una gara cancellata sei mesi prima dell’assegnazione, un colpo alla fiducia di chi investe; dall’altro la promessa di una capacità annua superiore a 8,5 milioni di tonnellate per un quarto di secolo. Se Londra non ha ancora chiarito quali settori sostenere, come ha rilevato il comitato parlamentare, il contrasto tra la gara cancellata e i siti promessi resta il segno di una strategia che fatica a trovare coerenza.

Northern Lights e la domanda che resta aperta

Mentre Londra rivede gare, cluster e promesse, altrove qualcuno ha già trasformato la cattura del carbonio in un servizio commerciale. Northern Lights è operativo ed è il primo a fornire trasporto e stoccaggio transfrontaliero di CO2 come servizio. È il termine di paragone più scomodo per il modello britannico: da una parte un’infrastruttura già in funzione e venduta sul mercato, dall’altra un impegno di spesa pubblica da decine di miliardi ancora in cerca di coerenza. La domanda che resta aperta è la stessa dall’inizio: il Regno Unito sta costruendo un’infrastruttura per la transizione o una rendita per pochi?

Il Regno Unito ha messo sul tavolo miliardi. Ma la gara cancellata e la critica del comitato parlamentare raccontano una verità scomoda: la partita vera non è tecnologica, è politica. Per cittadini e imprese la domanda non è se la cattura del carbonio funzioni, ma chi pagherà il conto se non funziona abbastanza in fretta. L’obiettivo dell’IEA di 1,7 miliardi di tonnellate al 2035, contro i 62,5 milioni catturati a febbraio di quest’anno, resta il metro con cui misurare la distanza tra promesse e conti.