Un miliardo per l’auto africana, ma servono regole e impianti per un sistema formale
Una vecchia auto a Lagos, batteria esausta e olio che cola: finisce ancora oggi in un’officina informale, senza controllo e senza recupero. La stessa auto in Europa verrebbe smontata in uno stabilimento certificato, con le materie prime critiche reimmesse nel ciclo industriale. La differenza non è solo ambientale, è economica: chi non recupera perde materiali che costano e deve importarli. Lo scorso luglio PreZero ha completato l’acquisizione di Autorecycling Kempers GmbH, un’operazione che assicura materie prime critiche all’industria automobilistica europea. Guardiamo dove il settore è già maturo, e poi cosa serve per fare il salto.
Il segnale dall’Europa
In Europa il fine vita delle auto è un’attività industriale consolidata. Ogni anno tra 10 e 12 milioni di veicoli raggiungono il termine del loro ciclo di vita. Non vengono abbandonati: entrano in impianti che recuperano le materie prime critiche e le reimmettono nel ciclo produttivo. Per un’officina europea, ogni veicolo è una fonte di ricavi: il recupero delle materie prime riduce la dipendenza dalle importazioni e stabilizza i costi industriali. L’acquisizione di Autorecycling Kempers da parte di PreZero va letta in questo contesto: in Europa chi controlla il riciclo controlla l’accesso alle materie prime che servono all’industria automobilistica.
Se in Europa il sistema è consolidato, in Africa la sfida è opposta: si parte da un tessuto quasi interamente informale.
Da rottame a materia prima: il salto africano
Il settore del riciclo dei veicoli in Africa opera quasi interamente al di fuori dei sistemi formali. Molte auto arrivano a fine vita e vengono smontate in officine non regolamentate, senza controllo né recupero. Il webinar dell’IRT di fine luglio è partito proprio da qui: come costruire sistemi formali per i veicoli fuori uso a partire da questa base informale. La domanda non è teorica: un’auto a fine vita contiene materiali che valgono, e se il settore resta informale quei materiali finiscono dispersi o recuperati male.
Non manca la leva finanziaria. Secondo Afreximbank, un fondo da un miliardo di dollari è destinato all’industria automobilistica. L’obiettivo è sostenere lo sviluppo del contenuto locale e rafforzare l’industria manifatturiera automobilistica africana. Nel corso del webinar, lo stesso fondo è stato indicato come veicolo di finanziamento per costruire infrastrutture formali di riciclaggio nella regione.
Le proiezioni danno un’idea della posta in gioco. Secondo Terseer Ugbor, vicepresidente della commissione ambiente, l’iniziativa può generare oltre ₦100 miliardi (8,43 miliardi di dollari) in tariffe di riciclaggio e iniettare oltre ₦1 trilione (84,35 miliardi di dollari) nell’economia nazionale attraverso il settore del riciclo automobilistico. Sono stime, non garanzie: si realizzano solo se il riciclo esce dall’informalità e diventa un’industria tracciabile. Ma le cifre bastano per capire che il rottame, se trattato con regole, diventa materia prima.
Ma le cifre, da sole, non costruiscono un impianto di riciclaggio: il passaggio dal fondo all’infrastruttura è il prossimo nodo.
Dal fondo all’impianto: cosa aspettarsi
Questo nodo è esattamente il punto debole: il fondo da un miliardo esiste, ma va trasformato in impianti, regole e lavoro formale. Il webinar ha indicato il fondo Afreximbank come veicolo di finanziamento, ma la costruzione di infrastrutture formali richiede un quadro regolatorio che in molti Paesi africani non c’è. Senza regole per la gestione dei veicoli fuori uso, il denaro rischia di restare inutilizzato o di finanziare progetti isolati. Per un imprenditore locale, il passaggio dal fondo all’impianto significa capire quali regole verranno adottate: senza un quadro certo, nessuno investe in un impianto formale.
Cosa cambia per chi lavora nelle officine informali? La transizione formale non è automatica: servono impianti, regole chiare e formazione. Il fondo può finanziare le infrastrutture, ma le regole spettano ai governi. Senza questo passaggio, la promessa resta sulla carta. La vera domanda non è se convenga, ma chi farà il primo passo: regole, impianti o finanziamenti. Il rischio è che il fondo resti una cifra annunciata, senza trasformarsi in impianti. Per demolitori, amministratori e imprenditori la transizione non è più lontana: è una questione di chi si assume il costo di iniziare.
Il prossimo passo non è un annuncio, è la costruzione di un sistema. Il fondo da un miliardo esiste, ora servono regole chiare e impianti. Per chi opera nel settore la strada è delineata: uscire dall’informalità non è più solo un’opzione ambientale, ma una convenienza economica concreta.




