Solo il 2% della zona protetta è foresta naturale indisturbata, mentre almeno 20.000 persone indigene rischiano il trasferimento

Centosettantasettemila ettari dichiarati protetti. Solo il 2% è foresta naturale indisturbata. Non è un errore di virgola: è la distanza tra la retorica green di Nusantara e la realtà misurabile del Borneo orientale. Il progetto indonesiano di una nuova capitale nella provincia del Kalimantan orientale nasce per alleggerire la pressione su Giacarta, megalopoli che sprofonda ed è sovraffollata, spostando il centro amministrativo del paese sull’isola del Borneo. A metà luglio, il documentario Sound Guardians ha aggiunto a questa storia un archivio acustico costruito con la partecipazione della comunità indigena Balik.

Il punto non è solo ambientale, è anche di misurazione. Le promesse si valutano su cifre confrontabili. E i numeri, letti in sequenza, raccontano un divario che merita attenzione.

Il 2% che smonta la promessa

Secondo i dati pubblicati nell’aprile 2024, la zona protetta della nuova capitale copre 177.000 ettari. Di questi, solo il 2% era allora foresta naturale indisturbata: due ettari su cento, dentro un’area già definita protetta. Per dare scala al dato, nello stesso periodo solo il 16% dell’area totale del progetto Nusantara risultava foresta pluviale intatta. Non è un margine di dettaglio: significa che la porzione destinata a tutela era quasi del tutto priva della foresta che il progetto promette di proteggere.

Va letto con prudenza: “protetto” non equivale automaticamente a “intatto”. Ma se la zona formalmente protetta contiene appena il 2% di foresta naturale indisturbata, la domanda che resta aperta è cosa accada fuori dai confini ufficiali, dove la foresta è già minoritaria anche nell’area complessiva. I numeri non dicono che la protezione è inutile; dicono che la base di partenza è molto più fragile di quanto la comunicazione ufficiale lasci intendere.

Il confronto tra i due valori aiuta a non sovrastimare la promessa. Un’area protetta che contiene solo il 2% di foresta naturale indisturbata non è una riserva da cui attingere biodiversità: è, al massimo, un perimetro da ricostruire. E una ricostruzione non produce lo stesso valore ambientale di una foresta rimasta intatta.

Promesse verdi, ruspe, 20.000 sfollati

Quei numeri non nascono dal nulla. Già nel marzo 2023, le promesse dell’amministrazione di Joko Widodo descrivevano il progetto da 34 miliardi di dollari come un’operazione i cui benefici avrebbero superato gli svantaggi: disboscamento minimo, rispetto dei diritti delle comunità indigene e locali, progettazione a zero emissioni nette di carbonio. L’amministrazione che ha preso la decisione e che ha poi lasciato l’incarico l’anno successivo aveva costruito la narrazione di uno sviluppo verde e sostenibile.

I primi effetti concreti, però, andavano in un’altra direzione. Sempre nel 2023 risultavano già in corso il disboscamento di mangrovie e di aree forestali ad alta conservazione, conflitti fondiari con le comunità indigene e spostamenti potenzialmente su larga scala. A dare una stima minima è l’Alleanza dei Popoli Indigeni di Nusantara: secondo l’Alleanza dei Popoli Indigeni di Nusantara (AMAN), almeno 20.000 persone indigene saranno trasferite con il progredire dei cantieri. Non è una previsione allarmista, è una soglia minima: il numero reale potrebbe essere più alto.

L’archivio sonoro che trasforma la perdita in dato

Per misurare davvero la promessa serve un indicatore che non menta: il suono. I ricercatori hanno posizionato registratori audio nella foresta pluviale e hanno creato una baseline acustica dell’ambiente. Nel loro insieme, i paesaggi sonori registrati sono un indicatore affidabile della salute dell’ambiente: se il suono si svuota, qualcosa si è già perso.

Per la comunità indigena Balik il progetto ha un significato ulteriore: i suoni della foresta sono parte del patrimonio culturale. Collaborando con i ricercatori, la comunità sta contribuendo a preservare un archivio acustico di un luogo che potrebbe essere alterato in modo permanente. Il documentario è una collaborazione tra Mongabay, Scientific American e Project Multatuli, con il supporto del Pulitzer Center on Crisis Reporting.

Nei prossimi mesi il numero da tenere d’occhio non è la percentuale di foresta annunciata nei comunicati, ma la variazione delle firme acustiche registrate dalla comunità Balik. Se il paesaggio sonoro si svuota, la capitale “verde” avrà perso anche la sua colonna sonora.