Uno studio avverte che una malattia ricorrente potrebbe eliminare la spugna dal sublitorale, alterandone il ruolo ecologico
Un’epidemia silenziosa nel Mediterraneo
L’allarme ha radici vecchie, ma le conseguenze sono ancora da scrivere. Già nel dicembre 2023 gli scienziati avevano segnalato la presenza di batteri collegati alla morte di massa delle spugne marine nel Mediterraneo, indebolite dal riscaldamento delle acque. La notizia, ripresa all’epoca con un certo clamore, non ha portato a un cambio di priorità. Non è bastata a spostare fondi, né a modificare l’agenda della conservazione.
Le implicazioni sono state descritte con precisione dagli stessi ricercatori: uno studio pubblicato su Frontiers in Microbiology avverte che una malattia ricorrente potrebbe eliminare nel medio termine questa spugna abbondante dal sublitorale, alterando la distribuzione batimetrica originale della specie e compromettendone il ruolo ecologico. Tradotto dal linguaggio scientifico: se la spugna scompare, se ne va anche la funzione che svolge nell’ambiente. E la domanda che resta aperta è cosa accadrà quando quel ruolo verrà meno — e se qualcuno se ne accorgerà prima che sia troppo tardi.
Da vittima ad architetto dell’habitat
Qui la storia si complica, perché la Chondrosia reniformis non è solo una vittima del cambiamento delle condizioni ambientali. È anche un possibile ingegnere dell’habitat. Lo studio pubblicato su Frontiers in Marine Science la descrive come un organismo in grado di migliorare la biodiversità e di contribuire alla rinaturalizzazione di ambienti portuali degradati e di altri habitat costieri compromessi dalle attività umane. In pratica, la stessa spugna che sta morendo potrebbe essere utilizzata per ricostruire gli ambienti che l’hanno portata al declino. È un paradosso che ricorda quello di altre specie poco appariscenti ma fondamentali per il funzionamento degli ambienti marini.
Le spugne filtrano continuamente grandi volumi d’acqua: rimuovono batteri nocivi, particolato e nutrienti, contribuendo alla qualità dell’acqua. Una funzione che i coralli non svolgono con la stessa intensità. Il dato è noto da tempo, ma non è mai bastato a spostare l’attenzione. La visibilità, in conservazione marina, conta più della funzione ecologica. Non è un problema di evidenze scientifiche: è un problema di percezione.
Il quadro internazionale conferma questa distorsione. Le comunità di spugne nelle zone costiere della Florida Bay sono diminuite a causa di fioriture algali dannose, pesca eccessiva, scarsa qualità dell’acqua, tempeste e cambiamenti nella chimica degli oceani, come documenta la Florida Keys National Marine Sanctuary. Non è un problema mediterraneo: è un problema di come scegliamo cosa proteggere e con quali risorse.
Il paradosso dei finanziamenti
La distanza tra valore ecologico e risorse allocate è stata descritta in termini espliciti. Come riportato da The Guardian, “le spugne forniscono più servizi ecologici, ma non sono altrettanto attraenti, quindi hanno ricevuto molti meno soldi”. Non è una questione di dati mancanti: è una questione di priorità. Chi decide i finanziamenti — enti pubblici, fondazioni, programmi di conservazione — tende a premiare ciò che si vede e che commuove, non ciò che lavora in silenzio.
E così si torna alla domanda di fondo: continueremo a investire solo nel visibile? La Chondrosia reniformis è a metà strada tra il declino e il potenziale recupero. Potrebbe diventare uno strumento per la rinaturalizzazione di porti e coste degradate, oppure potrebbe sparire dal sublitorale del Mediterraneo entro pochi anni. La decisione tra queste due traiettorie non dipende dalla scienza, che ha già fornito dati più che sufficienti. Dipende dalla volontà di spostare attenzione e fondi dagli organismi più appariscenti a quelli più utili. Prima che la loro scomparsa diventi irreversibile.




