La sfida è tra chi chiede regole comuni garantite e chi rivendica sistemi nazionali autonomi
L’Extended Producer Responsibility — l’EPR, la responsabilità estesa del produttore — è diventato uno degli strumenti di politica ambientale più efficienti dell’Unione Europea. Eppure è sotto pressione. Il regolamento sugli imballaggi è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e si applica dal 12 agosto scorso; la Commissione, prima ancora che scattasse, stava già preparando il Circular Economy Act, la prossima legge quadro sull’economia circolare.
Il paradosso è tutto qui: una norma appena entrata in applicazione e un’altra già in cantiere. Nel mezzo, uno strumento che in oltre trent’anni si è evoluto da concetto innovativo focalizzato sul trattamento di fine vita a spina dorsale finanziaria e organizzativa della via europea all’economia circolare. Non è un dettaglio tecnico: è la struttura che organizza e finanzia la raccolta e il riciclo dei rifiuti di imballaggio in gran parte del continente.
Una legge appena scattata
Partiamo dalle date. Il regolamento UE 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio è entrato in vigore già a febbraio 2025. L’applicazione generale è scattata il 12 agosto 2026, circa due settimane fa. Nel frattempo, la Commissione lavora al Circular Economy Act.
Il punto, però, non è fare nuove leggi. L’efficacia dell’EPR dipende molto più dall’attuazione delle regole esistenti che dalla creazione di nuova legislazione. E l’attuazione deve essere coerente, trasparente ed equa. In altre parole: il rischio non è un vuoto normativo, ma un’applicazione disomogenea tra i ventisette Stati membri.
Se l’EPR funziona — e tre decenni di evoluzione lo confermano — perché gli Stati membri vogliono cambiarne la governance? È la domanda che apre il capitolo successivo.
Il braccio di ferro sulla governance
La risposta è una lotta per il controllo. Secondo EUROPEN, gli Stati membri cercano di assumere un maggiore controllo sui sistemi EPR, spingendo per uno spostamento verso un modello gestito dallo Stato. Tradotto: alcuni governi nazionali vogliono sostituire i sistemi gestiti dai produttori con strutture pubbliche.
Le raccomandazioni di EXPRA per il Circular Economy Act sono state pubblicate il 3 luglio 2025. Non si limitano alla governance: mirano a salvaguardare l’integrità dell’EPR, affrontare l’aumento delle vendite online, migliorare la trasparenza e il coinvolgimento dei consumatori, confrontare le prestazioni di CO2 e garantire un trattamento equo per produttori e materiali. È un pacchetto che difende la logica originaria dell’EPR: regole uguali per tutti, dentro un mercato unico.
Il conflitto, in fondo, è tra due visioni. Da un lato l’industria e le associazioni di conformità, che chiedono un quadro comune con garanzie minime. Dall’altro i governi nazionali, che rivendicano il diritto di organizzare i propri sistemi come credono. Il Circular Economy Act deciderà quale visione prevarrà.
Il 2026 è l’anno della verità
La risposta arriverà presto. Il Circular Economy Act, atteso per il 2026, punta a creare un mercato unico per le materie prime secondarie. Il regolamento sugli imballaggi, intanto, si applica già dal 12 agosto scorso.
Resta una domanda aperta: il Circular Economy Act recepirà i principi comuni raccomandati da EXPRA, o prevarrà la tentazione statalista dei singoli Stati membri?
Il 12 agosto è ormai alle spalle, ma la partita non è chiusa. Se entro fine anno il Circular Economy Act non avrà blindato i principi comuni dell’EPR, la struttura finanziaria e organizzativa dell’economia circolare europea rischia di sfaldarsi. Non per mancanza di regole, ma per l’incapacità di applicarle in modo coerente.




