Lo studio americano rivela un trade-off: meno emissioni e meno nutrienti nei laghi, ma più plastica nei terreni coltivati
I numeri sembrano quelli di una vittoria definitiva: secondo uno studio dei ricercatori dell’Università del Vermont pubblicato il 22 luglio scorso su Nature Food, la diversione dei rifiuti alimentari statunitensi dalle discariche verso compostaggio e digestione anaerobica potrebbe ridurre gli impatti climatici dell’89% e l’inquinamento da nutrienti del 50%. Ma lo stesso studio aggiunge un dettaglio tecnico che cambia il quadro: circa 20.000 tonnellate di microplastiche finirebbero ogni anno nei suoli agricoli.
I numeri della promessa: -89% di impatto climatico e -50% di nutrienti
La scala nazionale è quella degli Stati Uniti: secondo i ricercatori dell’Università del Vermont, la diversione dei rifiuti alimentari dalle discariche a compostaggio e digestione anaerobica ridurrebbe gli impatti climatici attuali dell’89-99%. Non è una stima unica: il range dipende dalle filiere considerate e dal mix di impianti. L’inquinamento da nutrienti scenderebbe del 49-54% per l’azoto e del 78-98% per il fosforo, i due macroelementi che alimentano le fioriture estive di cianobatteri nei laghi. In termini di processo, il vantaggio nasce dal fatto che i rifiuti organici non vanno in discarica, dove la decomposizione anaerobica produce metano, ma finiscono in impianti che producono compost e digestato.
La logica è pulita: recuperare la frazione organica, ridurre il metano e restituire nutrienti al suolo. Resta però una domanda aperta: cosa succede quando compost e digestati arrivano davvero sui campi?
Il rovescio del compost: microplastiche e un 2% di fertilizzante
La risposta arriva dal dettaglio che mancava: cosa c’è dentro quel compost. Se i materiali organici risultanti da compostaggio e digestione anaerobica fossero sparsi sui campi agricoli, potrebbero portare circa 20.000 tonnellate di microplastiche nel suolo ogni anno, secondo i ricercatori dell’Università del Vermont. L’articolo su Nature Food è ancora più esplicito: senza innovazioni nel design degli imballaggi alimentari, l’applicazione al suolo di compost e digestati derivati da scarti alimentari potrebbe scaricare circa 20.000 tonnellate di plastica nei suoli agricoli statunitensi ogni anno.
Il trade-off è tecnico, non ideologico. Da un lato la diversione taglia le emissioni climalteranti e l’inquinamento da nutrienti; dall’altro trasforma i rifiuti confezionati in un vettore di contaminazione da microplastiche. E il beneficio fertilizzante è quasi simbolico: i nutrienti recuperati dai rifiuti alimentari compenserebbero solo circa il 2% della domanda annuale di fertilizzanti sintetici negli Stati Uniti, secondo i ricercatori dell’Università del Vermont. Lo studio su Nature Food conferma che l’applicazione al suolo di compost e digestati derivati da scarti alimentari compenserebbe meno del 2% del consumo annuale di fertilizzanti minerali a base di azoto e fosforo.
In pratica, compost e digestati non sono un sostituto dei fertilizzanti minerali, e la plastica non separata a monte finisce per spostare il danno dal clima al suolo. Il digestato è il residuo della digestione anaerobica, il compost quello del compostaggio: entrambi ereditano la composizione del rifiuto in ingresso. Chi gestisce gli impianti o i suoli si trova così a dover affrontare un problema di contaminazione a monte, prima ancora che di resa agronomica.
Vermont, laboratorio reale: la partita si gioca sul depackaging
Per capire come andrà a finire, guardiamo a chi ha già acceso l’interruttore normativo. Il Vermont ha vietato i rifiuti alimentari nelle discariche a partire da luglio 2020 con l’Act 148; dal 1° luglio 2020, tutti in Vermont hanno dovuto iniziare a tenere gli scarti alimentari fuori dalla spazzatura. Eppure, secondo una nota dell’Università del Vermont, più di un terzo dei rifiuti alimentari nello Stato è ancora confezionato.
Le sfide emerse nell’implementazione della legge universale sul riciclaggio del Vermont sono concrete: la tecnologia dei depackager, l’ascesa di Casella Waste Systems e i problemi di contaminazione, come documentato dall’Institute for Local Self-Reliance. Anche la California ha mosso le sue pedine, approvando nel 2016 la SB 1383 per ridurre l’inquinamento da metano e altri inquinanti climatici di breve durata.
Il punto non è più se deviare i rifiuti organici, ma come farlo senza spostare il danno dal clima al suolo. Per chi installa o gestisce impianti di compostaggio e digestione anaerobica, la sfida è il controllo della contaminazione a monte: senza depackaging efficace e imballaggi ridisegnati, il beneficio climatico rischia di trasformarsi in un nuovo passivo ambientale.




