La produzione di caffè e cacao è concentrata in pochi paesi, rendendo ogni shock climatico un problema globale
Già a novembre 2025, l’Indicatore Composito dei Prezzi ICO (I-CIP) per il caffè aveva raggiunto una media di 330,44 centesimi di dollaro per libbra, in aumento dell’1,2% rispetto a ottobre, secondo l’Organizzazione Internazionale del Caffè. Già a dicembre 2024, l’indice dei prezzi delle bevande della Banca Mondiale era salito del 18%. Eppure le proiezioni indicavano un calo del 9% nel 2025 e di un ulteriore 3% nel 2026. È il paradosso documentato da un nuovo rapporto della FAO pubblicato a metà luglio sui mercati globali di caffè, cacao e tè.
Record in tazza, calo promesso: il paradosso dei prezzi
Secondo il rapporto, i prezzi globali di caffè e cacao hanno raggiunto livelli eccezionalmente elevati negli ultimi anni, spinti da eventi meteorologici avversi, malattie, scorte esaurite e forte domanda. Boubaker Ben-Belhassen, citato in un articolo della FAO, osservava che negli ultimi anni i prezzi globali delle bevande hanno registrato aumenti molto più rapidi rispetto ad altri prodotti agricoli. I cambiamenti nella produzione e nel consumo spiegano oltre il 90% della volatilità dei prezzi a breve termine per caffè, cacao e tè. Ma questi prezzi record non nascono dal nulla: dietro c’è una geografia produttiva molto fragile.
Quattro paesi, una crisi: la fragilità strutturale di caffè, cacao e tè
Per capire il paradosso dei prezzi serve guardare alla mappa della produzione. Caffè, cacao e tè sono geograficamente concentrati in un piccolo numero di paesi: Brasile e Vietnam dominano l’offerta globale di caffè; Costa d’Avorio e Ghana insieme rappresentano più di due terzi della produzione di cacao; Cina, India, Kenya e Sri Lanka guidano la produzione globale di tè. Quando uno di questi paesi subisce uno shock, il mercato globale lo sente.
È ciò che è successo nel 2021-2022, quando i prezzi internazionali del caffè sono aumentati a seguito di siccità e gelate in Brasile e maltempo in Colombia; e di nuovo nel 2024-2025, con siccità, gelate e scarsi raccolti in Brasile e Vietnam, combinati con scorte globali basse. Il cacao ha seguito un copione simile nel 2023-2024: i prezzi sono aumentati notevolmente dopo il calo della produzione in Costa d’Avorio e Ghana, colpiti da condizioni meteorologiche avverse e malattie delle piante.
«Gli shock legati alle condizioni meteorologiche – siccità, gelate e piogge eccessive – restano i principali fattori scatenanti dei picchi di prezzo», ha osservato Ben-Belhassen. La concentrazione produttiva rende ogni anomalia locale un problema globale. Se la produzione è così concentrata, chi assorbe gli shock? La risposta è nell’ultimo passaggio della filiera.
Il conto è salato (ma non per tutti): l’asimmetria della trasmissione
Dalla fragilità produttiva al portafoglio: chi paga davvero questi prezzi? Il quadro è netto: gli aumenti dei prezzi globali non si trasmettono integralmente lungo la catena del valore; non si traducono integralmente in prezzi più alti per i produttori e i cali, soprattutto a livello di consumatore, sono solo parzialmente trasmessi. In altre parole, i rincari arrivano, i ribassi no. Le materie prime come caffè, cacao e tè rappresentano solo una piccola parte dei costi finali dei prodotti, il che limita l’impatto delle variazioni dei prezzi internazionali a livello di vendita al dettaglio. Così il consumatore resta esposto ai rialzi, ma non beneficia in modo proporzionale dei ribassi.
Se le previsioni di calo si realizzassero, basterebbero a compensare la corsa? La filiera non promette nulla. Il calo previsto dei prezzi internazionali non basterà a rassicurare i consumatori: la struttura concentrata e l’asimmetria dei prezzi lasciano il sistema esposto al prossimo shock climatico. La vera domanda non è quando scenderanno i prezzi, ma chi ne beneficerà.




