La retroattività del bonus ha già assorbito oltre metà dei fondi prima dell’avvio ufficiale

A meno di una settimana dall’approvazione, il nuovo Plan Auto+ spagnolo per le auto elettrificate mostra già un paradosso: oltre metà dei 400 milioni di euro stanziati potrebbe essere stata impegnata prima che il programma diventi davvero operativo. La chiave è la retroattività: possono chiedere l’incentivo anche coloro che hanno acquistato un veicolo a partire dal 1° gennaio 2026. Nei sei mesi trascorsi in silenzio, mentre il piano attendeva di entrare in funzione a luglio, la domanda ha già eroso una fetta consistente del budget. Per chi si muove adesso, la corsa è già cominciata in salita.

Un budget già dimezzato alla partenza

Il Plan Auto+ dispone di una dotazione complessiva di 400 milioni di euro. Secondo la stampa specializzata, gli acquisti effettuati fra gennaio e giugno di quest’anno avrebbero già assorbito oltre la metà di quella somma. È un effetto diretto della scelta di rendere il contributo retroattivo fino al primo giorno del 2026, una misura pensata per non penalizzare chi ha comprato un’auto elettrica o ibrida plug-in nella finestra vuota lasciata dal precedente sistema di incentivi, scaduto a fine 2025. In pratica, però, ha trasformato sei mesi di vendite non agevolate in un potenziale drenaggio anticipato del fondo.

Il meccanismo è semplice. Il bonus pubblico può salire fino a 4.500 euro, a cui si aggiunge uno sconto obbligatorio di 1.000 euro applicato dal costruttore o dal concessionario. Una famiglia che a febbraio ha immatricolato un’elettrica pura senza nessuno sconto ora può presentare domanda e recuperare fino a 5.500 euro, a patto che la vettura soddisfi tutti i requisiti. L’effetto è che i 400 milioni non partono da zero a luglio, ma da una platea di richiedenti già formata: la coda retroattiva si mangia una quota importante delle risorse, restringendo lo spazio per le immatricolazioni future.

Un massimo di 5.500 euro, ma a chi vanno davvero?

Dietro la cifra piena di 5.500 euro si nasconde una griglia di condizioni che restringe molto la platea dei beneficiari. Il contributo pubblico massimo di 4.500 euro non è unico: il 15 per cento viene riconosciuto soltanto ai veicoli assemblati nell’Unione Europea, e un ulteriore 10 per cento è riservato ai modelli con batterie assemblate in Europa. Chi acquista un’auto prodotta fuori dall’UE — o che monta una batteria realizzata altrove — vede decurtato il bonus, a prescindere dal prezzo di listino.

L’intero ammontare, che sommato allo sconto commerciale obbligatorio raggiunge i 5.500 euro, è quindi appannaggio esclusivo di un’auto elettrica costruita in Europa, con batteria assemblata nell’UE e prezzo inferiore a 35.000 euro. Tre vincoli che selezionano una nicchia precisa di modelli, spesso quelli più compatti e pensati per la mobilità urbana. Molte delle elettriche di segmento medio, o quelle di costruttori extraeuropei, ottengono cifre molto più basse. La generosità apparente del piano, in sostanza, premia soprattutto i produttori che hanno già investito in catene di fornitura europee, e lascia scoperti o quasi tutti gli altri.

In un mercato dove l’offerta sotto i 35.000 euro sta crescendo ma resta comunque minoritaria, questa architettura rischia di concentrare il beneficio su pochi marchi e su volumi di vendita limitati. Il paradosso è che proprio i modelli più economici, quelli che potrebbero trainare l’elettrificazione di massa, si contendono un fondo già eroso dalle pratiche retroattive e ritagliato su standard produttivi che non tutti rispettano.

L’ombra di un esaurimento rapido

Se metà delle risorse è già ipotecata prima che il piano entri in funzione, il conto alla rovescia per i mesi successivi è già cominciato. La dotazione di 400 milioni, che doveva accompagnare le vendite per tutto il 2026, potrebbe reggere molto meno del previsto. L’alta domanda pregressa, sommata alle richieste che arriveranno da luglio in avanti con le nuove immatricolazioni, mette a rischio l’efficacia del programma per l’intero anno. Per chi aspetta ancora, il tempo stringe: quei 400 milioni potrebbero non bastare neanche per il primo anno. Il vero test sarà vedere quanto velocemente si esauriranno i fondi residui una volta aperto il canale ordinario.