Qbuzz, controllata da Ferrovie dello Stato, ha portato 275 bus elettrici nella regione olandese
Sette minuti di attesa al capolinea di Leiden, Alphen aan den Rijn o Gouda. Arriva un autobus che non si sente. Nessun rombo diesel, nessuna vibrazione al semaforo. Succede da marzo nell’Olanda Meridionale, dove 275 nuovi bus elettrici hanno preso il posto dei vecchi mezzi a gasolio sulle tratte regionali. Dietro quel silenzio c’è un finanziamento da 70 milioni di euro, erogato dalla Banca europea per gli investimenti (BEI) e annunciato la scorsa settimana. E c’è anche un pezzo d’Italia.
I numeri raccontano un’operazione concreta più che una dichiarazione di principio. I 70 milioni non coprono soltanto l’acquisto dei mezzi: servono anche a installare le infrastrutture di ricarica, compresi i collegamenti ad alta capacità che agganciano i depositi Qbuzz alla rete elettrica nazionale. Tradotto: non basta comprare bus a batteria, bisogna poterli ricaricare ogni notte senza mandare in tilt la rete locale. L’investimento serve esattamente a questo — rendere l’elettrico affidabile per un servizio regionale che ogni giorno sposta migliaia di pendolari.
La provincia dell’Olanda Meridionale non ha scelto per caso. Qbuzz, l’azienda che gestisce il trasporto pubblico nella concessione Zuid-Holland Noord — 18 comuni tra cui Leiden e Gouda — è il primo operatore della regione ad aver eliminato completamente il diesel dal servizio regolare. È successo a marzo 2026. Da allora, ogni corsa programmata è elettrica. Fine dei giochi. Ma chi c’è dietro a questa rivoluzione silenziosa?
L’Italia che muove l’Olanda
Qbuzz non è una società olandese qualsiasi. Dal 2017 è interamente controllata da Ferrovie dello Stato Italiane. Un pezzo di trasporto pubblico italiano che, silenziosamente, è diventato pioniere dell’elettrico in una delle regioni più densamente popolate d’Europa. Non a Roma, né a Milano: a Leiden e dintorni, dove da dicembre 2024 l’azienda ha preso in mano la gestione aumentando di oltre il 20% l’offerta di corse rispetto al precedente gestore.
L’operazione è interessante perché unisce tre leve che raramente si incastrano così bene. La prima: una proprietà pubblica solida, che può pianificare investimenti a medio termine senza rincorrere i rendimenti trimestrali. La seconda: un bando di gara olandese che ha premiato chi portava più servizi e meno emissioni. La terza: i fondi BEI, che offrono prestiti a condizioni favorevoli proprio per questo tipo di transizione. Il risultato è un servizio più capillare di prima — il 20% di corse in più significa più collegamenti per i pendolari — e interamente elettrico. Non c’è stato un taglio dell’offerta per far quadrare i conti: l’offerta è cresciuta insieme alla sostenibilità.
Qui conviene fermarsi su un dettaglio che sfugge a molti dibattiti sulla mobilità elettrica: il costo dell’infrastruttura nascosta. I bus a batteria non sono solo più costosi all’acquisto rispetto ai diesel — servono colonnine, certo, ma soprattutto serve portare la corrente fino ai depositi con potenze che un capannone tradizionale non ha mai visto. Il prestito BEI copre esattamente questo: l’installazione di infrastrutture elettriche ad alta capacità pensate per collegare i depositi Qbuzz alla rete nazionale senza colli di bottiglia. È la parte meno visibile del progetto, quella che nessun passeggero vedrà mai. Ma senza quella, i bus restano fermi. È uno di quei costi che i bilanci pubblici, da soli, faticano a digerire in un unico esercizio — ed è esattamente il tipo di investimento per cui il credito agevolato europeo è pensato.
Un modello che viaggia
Non è solo una vetrina olandese. Il progetto Qbuzz sta attirando attenzione ben oltre i confini dei Paesi Bassi. Delegazioni da Belgio, Finlandia, Norvegia, Repubblica Ceca e Germania sono già venute a studiare come funziona. E non solo europei: sono arrivate visite anche da Giappone, Kenya e India. Otto paesi, tre continenti, tutti con lo stesso interesse: capire se questo schema — proprietà pubblica, prestito BEI, incremento dell’offerta — si può replicare altrove.
C’è poi un aspetto che va oltre il clima e tocca la sicurezza energetica. Come segnalato dalla stessa BEI, la transizione verso una mobilità sostenibile non è solo una questione ambientale: è anche una questione di indipendenza energetica europea. Ogni autobus elettrico che sostituisce un diesel è un pezzo di domanda di gasolio che scompare, e che non dipende più dai mercati internazionali. In un contesto geopolitico ancora instabile, è un argomento che pesa — forse più delle emissioni di CO₂, quando si parla con i ministeri dei trasporti.
Resta una domanda aperta: questo modello può funzionare anche altrove, per esempio in regioni italiane dove il trasporto pubblico locale è frammentato tra decine di aziende piccole e sotto-capitalizzate? La proprietà pubblica olandese di Qbuzz è controllata da un grande gruppo come FS, capace di dialogare con la BEI e di pianificare investimenti pluriennali. Non tutte le municipalizzate hanno la stessa forza. Ma il fatto che delegazioni da otto paesi siano venute a vedere suggerisce che l’interesse non è teorico. E la prossima mossa, probabilmente, sarà proprio provare a portare questa esperienza anche dove il trasporto pubblico fa più fatica a cambiare pelle.
La transizione ecologica, quando funziona, non fa rumore. Passa da gesti concreti — un prestito ben piazzato, una flotta rinnovata, qualche minuto di attesa in meno — e da investimenti che guardano ai prossimi dieci anni, non al prossimo trimestre. Ogni corsa silenziosa tra Leiden e Gouda è un passo verso una mobilità più pulita e strategicamente autonoma. E conviene, se fatta con i conti giusti.




