La legge regionale amplia gli spazi per il fotovoltaico flottante mentre il governo deve riscrivere i criteri nazionali entro 60

Il 60% della superficie libera di laghi di cava e invasi può diventare fotovoltaico flottante. Non è uno scenario al 2040: lo prevede il testo del disegno di legge piemontese sulle aree idonee, licenziato lo scorso 8 luglio dalle commissioni Ambiente e Agricoltura, mentre sul piano nazionale le regole sono ancora da riscrivere.

Il 60% che sposta il confine del fotovoltaico

Il numero va letto con precisione: non il 60% dell’intero specchio d’acqua, ma della superficie libera di invasi e laghi di cava. È comunque un margine ampio, soprattutto perché il testo uscito dalle commissioni amplia, rispetto alla proposta della Giunta, gli spazi per Bess, mini-eolico e fotovoltaico flottante. Lo stesso provvedimento interviene sui terreni agricoli e introduce nuove regole per biometano, Cer, compensazioni e cave.

La novità più rilevante riguarda le cave dismesse. L’articolo 11, nuovo, modifica la legge regionale n. 23/2016 sulle attività estrattive e definisce un percorso per trasformare le cave dismesse in impianti fotovoltaici come forma di recupero ambientale. In area agricola il criterio è più selettivo: l’installazione deve evitare interventi che compromettono in modo irreversibile la capacità produttiva dei suoli, tenendo conto della tipologia del terreno, dell’effettivo utilizzo agricolo, della natura produttiva o non produttiva dell’area e, per gli impianti agrivoltaici, del piano agronomico. Il 60% dei laghi di cava, insomma, è la punta di una scelta più ampia sul suolo agricolo.

Perché il Piemonte corre mentre le altre regioni frenano

Il 60% è solo la punta numerica di una partita sul suolo agricolo. L’Emilia-Romagna ha scelto un approccio più restrittivo: la legge regionale limita all’1,5% della Superficie agricola utilizzata l’installazione di rinnovabili in aree agricole. La Lombardia guarda invece a un obiettivo di potenza: al 2030 dovrà aggiungere 8,766 GW incrementali rispetto agli 8,64 GW rilevati al 31 dicembre 2020. Due modelli diversi, e il Piemonte ne sta costruendo un terzo.

A spiegare l’accelerazione piemontese è anche il vuoto normativo nazionale. Il TAR del Lazio ha imposto alle amministrazioni ministeriali di rieditare i criteri per l’individuazione delle aree idonee e non idonee entro 60 giorni dalla notifica della sentenza. Nel frattempo la consultazione sul disegno di legge n. 136 si era conclusa il 28 maggio, e a fine giugno il Consiglio regionale aveva già ricevuto 54 emendamenti di opposizione, con richieste di limiti più stringenti per Bess e agrivoltaico. Ogni regione, in attesa delle regole nazionali, sta definendo il proprio perimetro.

La differenza di approccio è netta. Il Piemonte amplia gli spazi su cave e invasi, l’Emilia-Romagna fissa un tetto sulla SAU, la Lombardia si dà un obiettivo di potenza aggiuntiva. Ma questa accelerazione regionale regge di fronte alla riscrittura dei criteri nazionali imposta dal TAR?

I prossimi 60 giorni e il numero da tenere d’occhio

La domanda è se il vantaggio piemontese sopravviverà al riallineamento nazionale. Il testo licenziato dalle commissioni deve ancora affrontare l’esame del Consiglio regionale, dove le opposizioni hanno già depositato 54 emendamenti. Il ministero, dal canto suo, ha davanti la scadenza fissata dal TAR. Il trend si leggerà nei prossimi mesi dal confronto tra regioni.

La partita non è chiusa. Il vero indicatore sarà la distanza tra la legge piemontese e i criteri che il ministero dovrà riscrivere entro 60 giorni, con l’obiettivo Lombardia di 8,766 GW al 2030 come metro della corsa regionale.