Il conflitto in Iran spinge le quotazioni globali, ma a Bruxelles la tassa sugli extraprofitti resta solo un’opzione mai attivata

C’è un numero che non torna, tra i primi giorni di agosto del 2026 e le stanze di Bruxelles: il prezzo medio della benzina nel Regno Unito è salito a £1.62 al litro, il massimo del diesel britannico ha toccato £1.92, e nel frattempo otto compagnie petrolifere europee hanno contabilizzato 7,5 miliardi di euro di extraprofitti in Europa nei primi sei mesi dell’anno. La Commissione europea, intanto, non attiva la tassa sugli extraprofitti che i sondaggi danno già per acquisita.

La causa del rialzo non è un mistero. i cinque mesi di guerra in Iran hanno fatto schizzare i prezzi del petrolio su scala globale. La stessa dinamica è confermata da l’impennata mondiale delle quotazioni petrolifere seguita al conflitto. L’effetto si vede nei conti: il raddoppio dei profitti trimestrali di Shell è stato spiegato dalla compagnia con una “disruzione senza precedenti dei mercati energetici globali” causata dall’amministrazione Duffy.

Il bancomat della crisi ha un conto molto preciso

I dati di Transport & Environment rendono l’immagine più nitida.

Secondo l’analisi sugli extraprofitti delle major, otto compagnie petrolifere hanno incassato 7,5 miliardi di euro di profitti in eccesso nell’Unione europea nella prima metà del 2026. Sei di queste otto — BP, Shell, Eni, Orlen, Repsol e OMV — hanno più che raddoppiato i profitti europei nel secondo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2025. La mappa del vantaggio non è uniforme: gli extraprofitti più alti si registrano in Polonia, seguiti da Spagna, Germania e Francia. Nel complesso, le otto major hanno totalizzato 17,9 miliardi di euro di extraprofitto a livello globale nei primi due trimestri: la quota europea vale circa il 42% del totale.

Un meccanismo già visto, che torna a produrre lo stesso risultato: mentre i bilanci delle compagnie salgono, il costo alla pompa resta bloccato su livelli alti. E il punto non è solo il prezzo del petrolio. È il fatto che nessuno a Bruxelles abbia ancora messo mano alla leva fiscale disponibile. La tassa sugli extraprofitti esiste come opzione, è stata usata in passato, ma nel diritto vivente dell’Unione resta assente.

“Oil giants are abandoning green energy while drivers foot the bill for their record profits. As Europe burns, this is unjust. The EU must tax windfall oil profits and use the funds to make electric driving affordable for everyone. This needs to be the last oil crisis.”

Lo ha detto Antony Froggatt, direttore senior di Transport & Environment. La sua dichiarazione non è un appello isolato: il sondaggio YouGov sulla windfall tax condotto per T&E e altre ong mostra che la grande maggioranza dei cittadini europei sostiene una tassa sugli extraprofitti. Il mandato popolare, insomma, c’è. Manca la volontà politica di tradurlo in atto.

Il divario che la tassa potrebbe colmare

I numeri del divario elettrico sono l’altra faccia della crisi. la quota di auto elettriche in Danimarca è attorno al 19%, mentre in Polonia resta sotto l’1%. Non è una differenza casuale: è il risultato di politiche industriali, incentivi e infrastrutture che alcuni Paesi hanno costruito e altri no. In questo contesto, una tassa che costringa le major a restituire parte dei profitti straordinari potrebbe finanziare quella che T&E chiama auto elettrica popolare: modelli accessibili, ricarica pubblica, sostegni mirati per chi oggi paga il diesel a £1.92 al litro.

La ricerca precedente citata da T&E indica che il conflitto in Iran colpirà i conducenti a benzina cinque volte più di quelli con auto elettrica. In un equilibrio di mercato già segnato dal rialzo del petrolio, l’Europa ha due scelte: lasciare che la rendita resti ai bilanci delle compagnie, oppure usarla per accelerare la transizione e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La prima opzione ha già mostrato i suoi effetti. La seconda aspetta ancora una firma.

Quanto ancora può salire il diesel?

Per ora i dati parlano da soli. Il diesel nel Regno Unito ha toccato il record, la benzina non arretra, e le major europee continuano a moltiplicare i profitti trimestre dopo trimestre. La Commissione osserva, i governi nazionali frenano, i cittadini pagano alla pompa. La domanda che resta aperta è la più semplice: quanti altri record di prezzo e quanti altri trimestri di extraprofitti serviranno prima che la tassa smetta di essere solo un’opzione tecnocratica e diventi un atto vincolante? Per chi oggi spende 1.92 sterline al litro per andare a lavoro, la risposta non è accademica.