La riduzione dei confini riapre il conflitto tra presidenza, stati e tribù native sull’uso del territorio

A un mese dal proclama del 14 luglio 2026, il numero da cui ripartire è 302.600: tanti sono gli acri complessivi a cui sono stati ridotti i monumenti nazionali di Bears Ears e Grand Staircase-Escalante, come ricostruito da Inside Climate News. Non è un dato isolato. Nel dicembre 2017 il solo Bears Ears era passato da 1,3 milioni di acri a circa 228.000, una riduzione dell’85 per cento. Nell’ottobre 2021 la presidenza Biden lo aveva riportato a circa 1,36 milioni. Ora si torna a scendere: è lo stesso pendolo, non un capitolo nuovo.

302.600 acri: anatomia di una riduzione

La sequenza amministrativa ha date precise. Il 4 dicembre 2017, il Proclama 9681 escluse circa 1,15 milioni di acri dal monumento, come si legge nei documenti della Casa Bianca. L’8 ottobre 2021, il Proclama 10285 riportò dentro tutte le terre precedentemente escluse, ampliando Bears Ears a circa 1,36 milioni di acri. Lo scorso 14 luglio, il perimetro è stato di nuovo ridotto: i due monumenti insieme valgono ora 302.600 acri, una cifra che riporta la tutela su livelli più bassi rispetto alla parentesi del 2021.

Il numero non è solo cartografia. Ogni variazione di confine cambia il regime di protezione su aree che hanno interesse minerario, estrattivo e pastorale. Per questo, dietro la mappa, ci sono interessi precisi: chi ha spinto per questa riduzione e chi la subisce.

Chi spinge e chi resiste: la posta in gioco energetica e culturale

Quel conflitto non è astratto: ha nomi, richieste e opposizioni. La Southern Utah Wilderness Alliance ha parlato esplicitamente di un attacco portato avanti su sollecitazione dei politici dello Utah — i senatori Mike Lee e John Curtis, il governatore Spencer Cox e altri. L’organizzazione ha annunciato che sfiderà in tribunale federale quella che definisce una decisione illegale.

Sul versante della motivazione, secondo il professor John Ruple l’obiettivo dichiarato è consentire attività minerarie, di trivellazione e pascolo. Non è un dettaglio tecnico: significa che la riduzione dei confini viene usata come leva per modificare la destinazione d’uso di una porzione rilevante di territorio. Dall’altra parte, per Davina Smith-Idjesa, della Navajo Nation, Bears Ears è la sua casa: «Bears Ears is at my back door», ha detto, sottolineando l’importanza culturale e spirituale della terra per il suo popolo.

La posta in gioco, quindi, non è solo paesaggistica o simbolica: è una scelta di politica energetica e culturale che tornerà a pesare sulle relazioni tra Stato federale, contee e comunità native.

Il Decimo Circuito e i prossimi mesi: cosa tenere d’occhio

E il fronte legale è già in movimento. Nel 2022 lo Utah aveva citato in giudizio il ripristino deciso da Biden. Il 23 giugno 2026, come documentato da Earthjustice, il Decimo Circuito ha ribaltato il rigetto del tribunale distrettuale e ha rinviato il caso, riaprendo di fatto la partita.

Qui entra in gioco la lettura giuridica del professor Ruple: l’Antiquities Act dà ai presidenti il potere di creare monumenti, non di revocarli. Se questa interpretazione dovesse prevalere, la riduzione appena annunciata avrebbe basi fragili. Se invece i giudici riconoscessero al presidente un potere più ampio di modifica, il pendolo degli acri diventerebbe una caratteristica strutturale, non un’anomalia.

La domanda non è più se ci sarà una battaglia legale, ma quanto in fretta i giudici dovranno decidere. Chi ha davvero l’ultima parola: il presidente, il Congresso o i tribunali? Il prossimo numero da tenere d’occhio non sono gli acri, ma la data in cui il Decimo Circuito fisserà l’udienza: lì si deciderà se l’Antiquities Act può essere usato per ridurre, e non solo per creare.