La spaccatura divide chi ha già investito negli altoforni da chi punta sull’acciaio verde, con Bruxelles che prova a mediare
A circa un mese dalla lettera che ha spaccato l’acciaio europeo, il numero che sorprende è 2,72 euro per tonnellata: tanto pagavano a inizio luglio gli altoforni per le quote ETS, una volta escluso l’effetto CBAM, secondo un’analisi di Sandbag. Un costo quasi simbolico, eppure proprio da lì parte la richiesta di congelamento di ArcelorMittal Europe, Thyssenkrupp e Voestalpine.
Il costo nascosto dell’ETS
Il conflitto parte da un presupposto di costo che va verificato. I 2,72 euro per tonnellata rappresentano il costo ETS senza il CBAM: per i produttori integrati, che temono soprattutto l’escalation futura, il problema non è il presente ma la traiettoria. Secondo Carbon Market Watch, ogni euro speso per il rifacimento dei forni rischia di generare 2-5 euro aggiuntivi in costi operativi dall’ETS sulla sua traiettoria stabilita; per questo conclude che investire nel rifacimento significa scommettere contro l’ETS. Se il costo attuale è così basso, la richiesta di congelamento va letta come una scommessa sulla curva futura dei costi, non come una fotografia dell’onere odierno.
La frattura tra vecchi e nuovi produttori
La risposta sta nella diversa struttura produttiva. Da un lato ArcelorMittal Europe, Thyssenkrupp e Voestalpine hanno chiesto un congelamento totale dell’escalation dei costi dell’ETS fino a quando il caso di investimento per l’acciaieria a basse emissioni non sarà più certo e le infrastrutture di supporto, come la fornitura di idrogeno verde, non saranno pienamente operative. Dall’altro SSAB, Outokumpu, Stegra e Hydnum sostengono che indebolire l’ETS minerebbe il segnale di costo del carbonio su cui si basano i loro progetti di decarbonizzazione, perché l’ETS non offrirebbe più la stessa certezza che l’acciaio verde diventi competitivo rispetto all’acciaio tradizionale secondo le tempistiche già stabilite del mercato del carbonio.
La frattura non è solo tra incumbents e nuovi entranti. Dopo l’avvio del dibattito, ai sostenitori dello status quo Outokumpu e SSAB si sono aggiunti i produttori integrati tedeschi Salzgitter e il gruppo SHS, che rappresenta le controllate Saarstahl e Dillinger. La lettera dei sostenitori dell’ETS prova a spostare il piano: «La pressione primaria sulla competitività deriva dagli alti costi dell’elettricità dovuti alle dipendenze dai combustibili fossili, ai gap infrastrutturali e alla sovraccapacità globale dell’acciaio, non dal carbon pricing». È un paradosso: chi ha già investito negli altoforni teme l’escalation futura, chi deve ancora costruire impianti a basse emissioni difende il prezzo del carbonio come base del proprio investimento.
La mediazione della Commissione e i numeri da osservare
Mentre la frattura si allarga, Bruxelles ha già risposto lo scorso 17 luglio. Secondo la proposta della Commissione Europea, per i settori coperti dal CBAM il 15% dell’allocazione gratuita eliminata gradualmente sarà reintrodotto dal 2028, rallentando la fase di introduzione del CBAM ed estendendo l’eliminazione delle quote gratuite fino al 2038. È una mediazione che prova a gestire il rischio residuo di carbon leakage senza cancellare il segnale di prezzo.
Il quadro di convenienza resta favorevole: i produttori di acciaio dell’UE beneficeranno notevolmente del mercato del carbonio dell’UE e del CBAM, sempre secondo l’analisi di Sandbag. A giugno un gruppo di leader europei dell’acciaio ha firmato una dichiarazione congiunta per preservare il segnale del prezzo del carbonio mantenendo il fattore di riduzione lineare al 4,4% almeno fino al 2035. Resta da vedere se quella soglia reggerà alla pressione degli incumbent, e con essa il costo reale del carbonio per l’acciaio europeo.




