Dopo aver affossato il cap-and-trade nel 2010, il senatore repubblicano promuove una tassa sul carbonio solo per i beni importati

Lo scorso 13 luglio, nel primo bilancio della sua eredità politica, un numero sintetizzava la carriera ambientale di Lindsey Graham: il 14 per cento di punteggio di carriera calcolato dalla League of Conservation Voters. È il 14 per cento che non ti aspetti da un repubblicano che, a lungo, era stato indicato come uno dei possibili negoziatori dell’ultimo grande sforzo bipartisan sul clima. Un punteggio del genere racconta una distanza quasi costante dalle priorità ambientali: resta da capire come si concili con quella stagione in cui Graham sembrava l’uomo giusto al tavolo del cap-and-trade.

2010, l’anno in cui il clima morì al Senato

Quel 14 per cento non è un incidente. Nell’aprile 2010, Graham si ritirò dallo sforzo bipartisan sul clima, cancellando la presentazione del disegno di legge prevista per il lunedì successivo. Accusò i democratici di aver anteposto il disegno di legge sull’immigrazione a quello sul clima, definendo la scelta una “mossa politica cinica”. La conseguenza immediata fu che la legislazione cap-and-trade, l’ultimo tentativo serio di mettere un tetto alle emissioni con il sostegno di entrambi i partiti, non arrivò nemmeno in aula.

A luglio 2010, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid annunciò che la legislazione energetica in arrivo non avrebbe incluso un tetto alle emissioni di gas serra. Come documenta il Center for Climate and Energy Solutions, quella decisione pose fine all’azione sul clima per il 111° Congresso e uccise formalmente la legislazione cap-and-trade, chiudendo l’episodio 2009-2010. In pochi mesi, il progetto che Graham aveva contribuito a tenere in vita era sparito.

Il contrasto con gli anni successivi è netto. Lo ricorda Yale Climate Connections: nel 2022 Lindsey Graham votò contro l’Inflation Reduction Act, l’unica importante legislazione climatica approvata dal Senato, e nel 2025 votò per abrogarla. Se nel 2010 poteva apparire come il partner possibile, nel decennio successivo è diventato l’oppositore di qualsiasi riduzione domestica delle emissioni.

La carbon tax di frontiera: l’ultimo paradosso di Graham

Eppure, negli stessi anni in cui votava contro l’Inflation Reduction Act e il suo meccanismo di incentivi, Graham firmava un’altra proposta. Nel 2023, insieme a Bill Cassidy, ha sponsorizzato il Foreign Pollution Fee Act, un disegno di legge repubblicano che introduce una tassa sull’intensità di carbonio dei beni importati. Lo segnala il World Resources Institute: non si tratta di un tetto alle emissioni americane, ma di un costo applicato alle merci che entrano nel Paese.

Qui sta il paradosso finale. Graham non è tornato al cap-and-trade degli anni di Barack Obama. Ha costruito una via diversa: tassare il carbonio incorporato nei prodotti esteri, lasciando intatta la produzione domestica. È una posizione che sposta il costo sugli altri, e proprio per questo può apparire più compatibile con una parte del Partito Repubblicano.

Il numero da osservare nei prossimi mesi non sarà il ritorno del cap-and-trade, ma l’evoluzione del Foreign Pollution Fee Act. La quota di repubblicani che sceglierà di firmarlo dirà se tassare il carbonio altrui è diventato, per quella parte politica, più conveniente che regolare il proprio.