La massa d’aria calda dall’Algeria ha spinto il termometro oltre i 40 gradi in molte città, con un impatto sanitario

Lo scorso 17 luglio le zone interne della Sardegna hanno toccato i 46°C e la Sicilia i 45°C. Lo stesso giorno il numero di città in bollino rosso per il caldo è salito a 19. Non è stato un picco isolato: all’origine c’è una massa di aria calda che sale dall’Algeria e si muove verso Nord-Est, come spiegava in quei giorni Lorenzo Giovannini.

46°C e 19 bollini rossi: il picco di luglio

Il dato del 17 luglio ha avuto un impatto sanitario concreto. Il numero di città con bollino rosso è salito a 19 nel momento di massima intensità dell’ondata. In quegli stessi giorni, la colonnina ha raggiunto i 46°C nelle zone interne della Sardegna e i 45°C in quelle della Sicilia. Il termometro ufficiale, però, racconta solo una parte della storia: a rendere difficile la vita nelle città è soprattutto la combinazione tra caldo e umidità.

Basta guardare a quanto accadeva già prima del picco. Il 14 luglio il Ministero della Salute aveva diramato un bollino rosso per sette città: Bologna, Brescia, Firenze, Frosinone, Perugia, Roma e Torino. In quei centri la colonnina ha sfiorato o superato i 35-40°C, con tassi di umidità alti che hanno aumentato la sensazione di afa. Da sette a 19 città in pochi giorni: un dato che aiuta a capire quanto velocemente l’ondata si sia estesa.

Ma come si arriva a un numero del genere? Per rispondere serve guardare non solo alla temperatura, ma alla dinamica che l’ha prodotta.

L’anticiclone africano ha cambiato indirizzo

La spiegazione parte da lontano, dall’Algeria. Secondo Lorenzo Giovannini, l’aria calda che sale dall’Africa si è mossa dall’Algeria verso Nord-Est e ha colpito soprattutto la Sardegna e, verso metà settimana, anche il versante tirrenico. Non è una traiettoria qualunque: l’anticiclone africano mediamente spostato più a Nord rispetto al passato cambia il modo in cui l’Italia entra nella traiettoria delle masse d’aria calda.

Il punto, osserva Giovannini, è che le ondate non stanno soltanto diventando più lunghe: sono separate da intervalli sempre più brevi. Tradotto: il termometro scende meno spesso e, quando scende, lo fa per meno tempo. A metà luglio questa dinamica era già visibile. L’ondata è proseguita fino alla fine della settimana, poi aria più fresca da Nord-Est ha iniziato a far abbassare le temperature, prima nelle regioni settentrionali e poi gradualmente verso Sud.

Ma un calo della colonnina non cancella l’energia accumulata. Al contrario, sposta il problema su un altro fronte.

Quando il caldo si trasforma in fulmine

L’arrivo dell’aria più fresca da Nord-Est non è una buona notizia univoca. La maggiore energia accumulata dall’atmosfera durante ondate di calore come quella di metà luglio può scatenare temporali più violenti del normale. Secondo Giovannini, i temporali molto intensi aumentano la possibilità di fulmini, che possono diventare la causa scatenante di incendi, soprattutto se la vegetazione è molto secca.

È il rovescio della stessa medaglia: dopo giorni di caldo estremo, il terreno e la vegetazione sono asciutti. Quando la prima aria più fresca incontra quell’atmosfera carica di energia, il rischio non è solo quello di nubifragi improvvisi, ma anche di inneschi per il fuoco. Il dato da osservare nei prossimi mesi, quindi, non è soltanto l’altezza dei picchi: è la velocità con cui la colonnina torna a salire dopo ogni pausa. Se le ondate calde continuano a essere separate da intervalli sempre più brevi, il singolo 46°C rischia di diventare meno eccezionale di quanto il numero lasci intendere.

Non è il singolo 46°C a fare paura, ma la frequenza con cui questi numeri tornano nei bollettini e la nuova normalità che raccontano.