Il Critical Raw Materials Act finanzia i progetti che il mercato già spinge, lasciando scoperti i materiali su cui Pechino

Hai appena valutato un’auto elettrica o un nuovo telefono. Prima di firmare, ti chiedi: se Pechino decidesse di non vendere più germanio o grafite, quanto mi costerebbe? Non è un’ipotesi da fantapolitica: nel luglio e nell’ottobre 2023 la Cina ha annunciato controlli sulle esportazioni di gallio, germanio e grafite. L’Europa ha una risposta, il Critical Raw Materials Act, ma il policy briefing del think tank Bruegel, pubblicato lo scorso 9 luglio, mostra che il piano non chiude i buchi. E il problema non riguarda solo i governi: riguarda anche chi compra auto, telefoni e batterie.

Il dubbio dietro l’acquisto

Da quella domanda che ti poni al concessionario nasce l’analisi di Bruegel, che ha esaminato l’attuazione del Critical Raw Materials Act e ne individua le principali debolezze. Il quadro è ambivalente. Da una parte la prima lista di progetti strategici comprende 60 iniziative, di cui 47 nell’Ue. Dall’altra, secondo Bruegel, quel pacchetto non sembra seguire le reali vulnerabilità delle filiere europee.

Il numero di progetti rassicura, ma la vera prova non è quanti sono, bensì se coprono i materiali giusti. Ed è qui che l’analisi solleva più di qualche dubbio.

Dove i progetti non guardano

Guardando i numeri, l’impressione cambia. Bruegel ha individuato finanziamenti pubblici per circa 1,26 miliardi di euro per 21 dei 60 progetti strategici. È una cifra concreta, ma la direzione di quei soldi è il punto. I progetti strategici dell’Ue seguono le proiezioni della domanda piuttosto che la dipendenza dalle importazioni cinesi: molti coprono grafite, cobalto e terre rare, mentre restano senza progetti dedicati magnesio, germanio, bismuto, barite e vanadio. In altre parole, si finanziano le filiere che il mercato avrebbe comunque spinto, non quelle che rischiano di restare scoperte quando Pechino decide di usare i suoi materiali come arma commerciale. È una scelta che ha una logica economica — investire dove c’è domanda riduce il rischio di spreco — ma che lascia l’Europa esposta esattamente dove la Cina ha già colpito una volta, nel 2023, con gallio, germanio e grafite.

Secondo i dati ufficiali della Commissione europea, i 60 progetti strategici coprono 14 delle 17 materie prime strategiche. Sembra un buon risultato, finché non guardi quali mancano all’appello: sono proprio i materiali che la Cina può usare come leva, come ha già dimostrato nel 2023. Per un’impresa che produce batterie, componenti per energie rinnovabili o elettronica, il messaggio è chiaro: la sicurezza dell’approvvigionamento dipende dal materiale che ti serve, non dal fatto che Bruxelles abbia un piano.

Così l’Europa finisce per finanziare ciò che il mercato già chiede, mentre restano scoperti i materiali più esposti al ricatto commerciale.

L’ironia delle promesse non vincolanti

Se poi guardi agli accordi con i Paesi produttori, l’impressione di solidità svanisce. I partenariati strategici siglati con i Paesi produttori, secondo Bruegel, hanno avuto effetti limitati perché si basano prevalentemente su impegni politici non vincolanti. In pratica: un memorandum d’intesa non è un contratto di fornitura. Se domani un Paese partner decidesse di privilegiare altri clienti, l’Europa non avrebbe molti strumenti per pretendere i materiali promessi. E quando il mercato si irrigidisce, come è successo con i controlli cinesi del 2023, la differenza tra un impegno politico e un contratto diventa evidente.

L’ironia è che l’Europa ha costruito un sistema di accordi che funziona bene finché non serve, e rischia di incepparsi proprio quando serve. Resta l’ultima domanda: cosa può fare chi compra o produce con queste materie prime?

La transizione non si ferma all’acquisto. Se l’Europa non copre i materiali giusti, la prossima crisi potrebbe arrivare da una telefonata di Pechino, non da un calo della domanda. Prima di firmare un contratto o un acquisto, controlla se i materiali critici che ti servono sono tra quelli coperti dai progetti strategici. Se non lo sono, il rischio resta tutto tuo. Non serve essere un analista di geopolitica: basta un elenco di 17 materie prime e la domanda giusta.