Secondo la World Weather Attribution, il riscaldamento globale ha reso le condizioni estreme dieci volte più frequenti rispetto all’era preindustriale

Nel 2025 la Spagna ha bruciato circa 380.000 ettari dall’inizio dell’anno: la quinta annata peggiore dal 1961 per superficie bruciata, secondo il Copernicus European Forest Fire Information System (EFFIS). Il Portogallo ha registrato 260.000 ettari bruciati, quasi cinque volte la media per quel periodo dell’anno. E non è stata sfortuna, come emerge dall’analisi della World Weather Attribution pubblicata a metà luglio.

Il 2025 in numeri: troppo grande per essere un caso

Le cifre del 2025 raccontano una stagione fuori scala, e non solo per la superficie bruciata. Il Meccanismo di protezione civile dell’Unione europea è stato attivato 17 volte entro il 15 agosto 2025: più del totale delle richieste formulate durante l’intera stagione 2024. Nell’arco di soli otto giorni sono arrivate richieste di assistenza da Spagna, Portogallo, Grecia, Bulgaria, Montenegro e Albania. Un dettaglio che dice molto sulla distribuzione del problema: non era una crisi confinata a un paese, ma un’emergenza simultanea lungo l’arco mediterraneo.

Nella penisola iberica, gli incendi hanno bruciato circa 500.000 ettari in poche settimane. La penisola è stata solo il punto più visibile di una pressione diffusa, ma i numeri della stagione 2025 obbligano a una domanda: perché estremi di questa portata? La risposta non sta nei bollettini meteo, ma nella fisica del clima.

La spiegazione che non arriva dai comunicati

Non basta dire che fa caldo. La World Weather Attribution ha usato i dati meteorologici per confrontare il clima attuale, riscaldato di 1,3°C rispetto all’era preindustriale, con un mondo più freddo dello stesso margine. Il risultato principale: le condizioni estreme che hanno guidato gli incendi del 2025 sono attese oggi circa una volta ogni 15 anni. Rispetto a un clima più freddo di 1,3°C, la probabilità è aumentata di un fattore 40. Non è una correzione statistica: è una trasformazione del rischio.

Secondo i ricercatori del World Weather Attribution, gli incendi sono stati anche il 30% più intensi rispetto a quanto ci si aspetterebbe in un mondo senza cambiamento climatico. Il clima, in altre parole, non si limita a rendere più probabile l’innesco: rende il fuoco più difficile da contenere una volta partito.

La questione non è solo iberica. In un’analisi parallela sulle condizioni VPD7x che hanno preceduto gli incendi mortali in Turchia, Cipro e Grecia, la World Weather Attribution ha calcolato che nel clima attuale un evento del genere ha un periodo di ritorno di circa 1 su 10 anni, mentre in un clima più freddo di 1,3°C si verificherebbe una volta ogni 100 anni. Dieci volte più probabile. È il senso di fondo di questi studi: il problema non è che l’evento estremo esiste, è che ha smesso di essere estremo.

Già nel giugno 2017, l’incendio di Pedrógão Grande è stato il più mortale nella storia del Portogallo: 66 vittime, un’area devastata quattro volte la dimensione di Lisbona, centinaia di case distrutte. Se un evento che un tempo si verificava una volta ogni 100 anni ora si verifica una volta ogni 10, che cosa significa per i prossimi mesi?

Estate 2026: il conto da pagare

Se la scienza ha già emesso il verdetto, il mercato del rischio non aspetta. Il conto del 2025 è già stato presentato: nell’Unione europea hanno bruciato un milione di ettari, la peggiore stagione di incendi dal 2006, anno in cui sono iniziate le rilevazioni. È il quadro europeo a fare da sfondo: l’incendio non è un’anomalia iberica, ma un segnale continentale.

La stagione 2026 è già in corso e il VPD7x è l’indicatore da monitorare per capire se seguirà la stessa traiettoria. Il numero da tenere d’occhio non è l’ettaro bruciato, ma il periodo di ritorno. Se resta un evento da 1 su 10 anni, la prossima estate non sarà diversa da quella appena passata.