Il rapporto Hot or Cool Institute critica le politiche Ue, troppo concentrate su riciclo e rifiuti e poco sulla domanda
Quasi due mesi dopo il lancio del rapporto Towards a Circular Wellbeing Economy, l’Europa continua a consumare enormi quantità di materiali e resta fortemente dipendente dalle importazioni di risorse critiche, faticando a ridurre la propria impronta materiale complessiva. La circolarità è ovunque nel dibattito, quasi da nessuna parte nella domanda effettiva di risorse. È il paradosso al centro dell’analisi pubblicata su Greenreport a metà luglio.
Il cortocircuito della circolarità
Il punto di partenza è la data di lancio: il 16 giugno scorso, quando l’Hot or Cool Institute ha pubblicato il documento. Da allora il dibattito non ha cambiato direzione. Come osserva l’analisi, si è discusso soprattutto degli strumenti, molto meno dello scopo. La tesi del rapporto è netta: la circolarità è il come, il benessere è il dove.
Il documento definisce l’economia del benessere circolare come una trasformazione sistemica in cui l’uso dei materiali e l’organizzazione economica sono progettati deliberatamente per migliorare l’integrità ecologica e il benessere equo tra le generazioni. In pratica, il rapporto sposta l’asse della valutazione: non quanto materiale torna in circolo, ma se il modo in cui produciamo e consumiamo migliora le condizioni di vita. Non è una sfumatura retorica: è una differenza di direzione. Se la circolarità è solo il come, perché le politiche UE restano concentrate sugli strumenti invece che sul fine? È la domanda che il rapporto lascia aperta sul tavolo di Bruxelles.
La trappola del riciclo: ciò che manca alla politica UE
Il rapporto non fa sconti: il progresso dell’UE verso gli obiettivi di economia circolare al 2030 resta lento. E l’architettura delle politiche aiuta a capire perché. Gli approcci attuali si concentrano soprattutto su riciclo e gestione dei rifiuti, mentre le strategie a maggiore impatto — quelle che agiscono su produzione, consumo e uso dei materiali — ricevono molta meno attenzione.
È il punto su cui Anders Wijkman, co-presidente del gruppo di lavoro e presidente onorario del Club di Roma, è più esplicito: la politica UE attuale ha gettato basi importanti, ma resta frammentata e troppo concentrata su riciclo e gestione dei rifiuti. Senza affrontare la domanda di materiali e i fattori sistemici dell’uso delle risorse, sostiene, la trasformazione verso un’economia circolare davvero rigenerativa resterà incompleta. Tradotto: si inseguono i rifiuti, non si ferma il flusso in ingresso.
È qui che il rapporto inserisce il suo contributo politico più concreto: quattro nuove «R-strategies» — Reimmaginare, Raccontare, Rilocalizzare, Riconnettere — che estendono l’economia circolare oltre i materiali, verso cultura, comunità e qualità della vita. Accanto alle R tradizionali (ridurre, riutilizzare, riparare, riciclare), il documento ne introduce altre quattro: il punto non è solo chiudere i cicli dei materiali, ma intervenire su ciò che li mette in movimento.
Non è un dibattito isolato. Il concetto di wellbeing economy — un’economia che persegue il benessere umano ed ecologico invece della crescita materiale — sta guadagnando sostegno tra politici, imprese e società civile. Un filone che cresce sotto traccia, mentre la politica europea resta ancorata alla lente dei materiali.
Il Circular Economy Act: un test per il benessere
L’orizzonte legislativo è già segnato. Il Circular Economy Act, la cui adozione è prevista nel 2026, punta a creare un mercato unico per le materie prime secondarie, ad aumentare l’offerta di materiali riciclati di alta qualità e a stimolare la domanda di questi materiali nell’UE. La questione non è se l’atto aumenterà il riciclo. È se saprà integrare il fine del benessere dentro un mercato pensato finora soprattutto per i materiali.
È in questo passaggio che si gioca la partita. Se le quattro nuove R servono a estendere la circolarità oltre i materiali, quale segnale arriverà dal prossimo atto legislativo? Chi osserva i prossimi mesi saprà se Bruxelles ha ascoltato le quattro R o resta ferma al materiale.
Il numero da tenere d’occhio, nei prossimi mesi, non è la percentuale di riciclo. È se il Circular Economy Act riuscirà a spostare l’asticella dalla circolarità come strumento al benessere come fine.




