Il piano della Commissione punta a raddoppiare la quota entro il 2040, ma restano 600 gigawatt di impianti in attesa
Lo scorso 12 luglio, il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), Fatih Birol, ha messo l’Europa davanti a un numero scomodo: l’elettricità rappresenta appena il 23% del consumo energetico totale dell’Unione. L’intervento, ripreso da CleanTechnica, è arrivato mentre Cina, Giappone e Corea del Sud viaggiano tutti sopra il 30% di elettrificazione.
23% contro 30%: l’elettrificazione è il nuovo gap competitivo
Il dato merita una definizione netta: non misura quanta elettricità pulita viene prodotta, ma quanta parte dei consumi finali di energia passa effettivamente attraverso la rete elettrica, dai trasporti al riscaldamento all’industria. Su questa quota l’Europa è rimasta bassa. La fotografia, confermata anche da Eurelectric, è che oggi l’elettricità copre solo il 23% di tutta l’energia consumata in Europa.
Birol ha indicato che l’Europa deve elettrificare la propria economia più rapidamente, dopo aver attraversato due crisi energetiche in meno di cinque anni. La distanza dai concorrenti asiatici non è marginale: Cina, Giappone e Corea del Sud superano il 30%, mentre l’Unione resta attorno al 23%. Non è mancata la capacità di reazione alle crisi: tra il 2022 e il 2025 l’UE ha ridotto la quota delle importazioni di gas russo dal 45% al 12%, e le importazioni di petrolio russo dal 27% di inizio 2022 al 2% nel 2025. Eppure la quota elettrica resta ferma al 23%. Perché?
Il paradosso: record di rinnovabili, 600 GW in coda
Se l’Europa è rimasta indietro, non è per mancanza di impianti. Secondo i dati ripresi da Xinhua, lo scorso anno l’UE ha installato un record di 85 gigawatt di capacità rinnovabile. Ma, sempre secondo il rapporto, circa 600 gigawatt di progetti rinnovabili già completati sono ancora in attesa di essere collegati alla rete elettrica.
I due numeri vanno letti insieme, perché misurano due cose diverse. La potenza installata è la capacità degli impianti; l’allaccio alla rete è ciò che permette a quella capacità di immettere elettricità nel sistema. In questa prospettiva, l’arretrato di 600 gigawatt equivale a circa sette volte la capacità rinnovabile record installata in un solo anno. È un collo di bottiglia strutturale: più impianti vengono completati, più la fila per la connessione cresce, e un impianto non allacciato non contribuisce ai consumi né ai prezzi.
Il paradosso sta tutto qui. L’Europa ha saputo ridurre la dipendenza dal gas e dal petrolio russo in pochi anni, ha installato rinnovabili a un ritmo mai visto, ma non ha ancora costruito una rete capace di assorbirle. Se la rete è il vero vincolo, la domanda diventa se il piano presentato dalla Commissione sia sufficiente a sbloccarla.
Dal 23% al 46%: quanto vale davvero il piano
Lo scorso 17 luglio, pochi giorni dopo l’uscita di Birol, la Commissione europea ha presentato un piano d’azione per l’elettrificazione con l’obiettivo dichiarato di portare la quota dal 23% attuale al 46% entro il 2040. Il piano chiede ai paesi di ridurre le tasse sull’elettricità e di sostenere l’adozione di pompe di calore, auto elettriche e altre tecnologie verdi.
L’obiettivo va misurato sulla scala del sistema: quasi raddoppiare la quota elettrica entro il 2040 significa spostare verso la rete una parte rilevante di consumi oggi coperti da altre fonti. La Commissione stima che, a obiettivo raggiunto, l’UE potrebbe risparmiare 260 miliardi di euro all’anno in importazioni di combustibili fossili. In termini di mercato, non è solo un risparmio contabile: è una riduzione strutturale dell’esposizione a prezzi internazionali e a fornitori esterni.
Ma la scommessa si gioca sui 600 gigawatt in coda. Il numero da osservare nei prossimi mesi non è il 46% del 2040, ma quanti dei progetti già completati riceveranno l’autorizzazione all’allaccio. Se quel numero non si muove, il target resta sulla carta, e il paradosso europeo rimarrà irrisolto: tanta capacità installata, poca elettricità realmente disponibile.




