Il brevetto arriva mentre l’Europa cerca alternative alle terre rare, ma la filiera industriale resta legata a Pechino
Nel 2024 la Cina controllava il 94% della produzione mondiale di magneti permanenti sinterizzati, il componente che fa girare praticamente ogni motore elettrico in commercio. Lo scorso 13 luglio, un laboratorio di Bengaluru chiamato Vimag Labs ha ottenuto il suo quinto brevetto indiano per un motore che non ne ha bisogno: genera il campo magnetico via software ed elettronica di potenza, eliminando del tutto i magneti alle terre rare. È un progresso concreto. Ma tra un brevetto e una catena di fornitura che si emancipi davvero da Pechino, la distanza resta misurata in miliardi di dollari e in rapporti industriali che nessuna innovazione, da sola, può recidere.
Il 94% che tiene in ostaggio l’auto elettrica
Il dato del 94% arriva dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, che per lo stesso anno stimava al 91% anche la quota cinese nella raffinazione e separazione globale delle terre rare. Non è un monopolio qualsiasi: è il collo di bottiglia di un’intera transizione industriale. I magneti al neodimio-ferro-boro sono insostituibili nei motori sincroni a magneti permanenti che equipaggiano la grande maggioranza dei veicoli elettrici, e la quasi totalità di quei magneti nasce in Cina.
La vulnerabilità di questa architettura produttiva è emersa con chiarezza nell’aprile 2025, quando Pechino ha imposto controlli all’esportazione su sette elementi delle terre rare pesanti e sui relativi magneti. Le case automobilistiche americane ed europee hanno dovuto tagliare la produzione mentre smistavano le licenze. Nell’ottobre successivo, la Cina ha rincarato la dose con una regola de minimis dello 0,1%: sarebbe bastata una traccia minima di terre rare di origine cinese in qualsiasi prodotto fabbricato all’estero per far scattare l’obbligo di approvazione all’esportazione. Un’estensione che, va ricordato, è stata sospesa il 7 novembre 2025 per un anno, nell’ambito di una tregua commerciale più ampia. Sospesa, non cancellata.
È in questo contesto che il brevetto di Vimag Labs assume un significato che va oltre la pur notevole ingegneria che lo sostiene. Non si tratta solo di un motore senza magneti: è la risposta di un ecosistema industriale — quello indiano — che guarda alla dipendenza cinese e cerca una via d’uscita.
Dietro il brevetto: 87.600 ore di ingegneria
Il brevetto, stando a quanto riportato dalla stampa indiana, è il frutto di oltre 87.600 ore di ingegneria. Dieci anni-uomo condensati in un progetto che punta a sostituire la fisica dei magneti permanenti con algoritmi di controllo e un’elettronica di potenza sufficientemente sofisticata da generare il campo magnetico direttamente nello statore. Un approccio che, sulla carta, aggira il problema alla radice: se non servono magneti, non serve neppure il neodimio, e Pechino perde la sua leva.
Ma l’innovazione tecnica è solo metà della partita. L’altra metà sta nella geografia profonda delle catene di fornitura. In un’analisi del Servizio Ricerca del Parlamento Europeo, la Banca Centrale Europea ha documentato che oltre l’80% delle grandi imprese europee si trova a non più di tre intermediari da un produttore cinese di terre rare. Tre passaggi. Significa che anche chi non compra direttamente da Pechino è, nella stragrande maggioranza dei casi, a un passo o due da farlo. E la regola dello 0,1% — il cui meccanismo prevedeva che le aziende straniere dovessero ottenere un’autorizzazione per esportare magneti contenenti anche solo tracce minime di terre rare di origine cinese, o prodotti con tecnologie cinesi di estrazione e lavorazione — avrebbe reso quella prossimità un problema immediato per chiunque operi su scala globale.
Ecco allora il paradosso: il brevetto di Vimag è reale, è solido, ed è il quinto di una serie che suggerisce un programma di ricerca strutturato. Ma l’Europa che potrebbe averne bisogno è la stessa che, nei fatti, è intrecciata ai produttori cinesi molto più di quanto le dichiarazioni sulla sovranità tecnologica lascino intendere. Non basta progettare un motore senza terre rare: bisogna costruire una filiera che lo produca, lo testi, lo integri e lo venda — senza che a monte riappaia, sotto altre forme, la dipendenza che si voleva spezzare.
La corsa dei giganti e il numero da tenere d’occhio
Mentre Vimag Labs depositava il suo quinto brevetto in India, ZF Friedrichshafen aveva già sviluppato un motore sincrono a eccitazione induttiva nel rotore che elimina le terre rare usando elettromagneti sia nello statore sia nel rotore. Lo ha documentato IEEE Spectrum, segnalando anche che esistono già risultati promettenti da laboratorio con nuovi motori le cui prestazioni sarebbero paragonabili a quelle dei migliori motori sincroni a magneti permanenti oggi sul mercato.
La differenza tra un brevetto in India e un prototipo in Germania non è solo geografica. ZF è un fornitore di primo livello dell’industria automobilistica globale: ha i capitali, le linee produttive e i contratti con le case automobilistiche per trasformare un’innovazione in un componente installato su milioni di veicoli. Vimag Labs, per quanto promettente, è una startup di Bengaluru con cinque brevetti e nessuna produzione di serie alle spalle. Il punto non è chi arriva primo con l’idea, ma chi arriva primo con l’ordine di acquisto.
Per questo, nei prossimi mesi, il numero da osservare non sarà più la quota di mercato cinese nella produzione di magneti — quella resterà stabilmente sopra il 90% ancora per anni, qualunque cosa accada nei laboratori — ma il numero di piattaforme automobilistiche che monteranno motori senza terre rare. Un conto è annunciare una tecnologia, un conto è vederla dentro il cofano di un’auto in vendita. Finché quel numero resta zero, il 94% cinese non si muove di un decimale.




