Il solare termodinamico cinese punta sullo stoccaggio a sali fusi per competere con le batterie al litio

La storia recente del CSP, del resto, spiega bene lo scetticismo diffuso. Il fotovoltaico ha vinto su tutta la linea: costi di gestione bassissimi, poca manutenzione, una prevedibilità che per un investitore si traduce in rendita quasi sicura. Il solare termodinamico, al contrario, ha mostrato un difetto strutturale: il capacity factor promesso in fase di progettazione difficilmente viene rispettato, e quando la produzione effettiva delude le attese gli utili crollano, spaventando chi dovrebbe finanziare nuovi impianti. A questo si aggiunge il confronto con i sistemi ibridi fotovoltaico più batterie, che sul piano economico hanno finito per prevalere quasi ovunque. Resta, sulla carta, il vantaggio dell’accumulo termico e la possibilità teorica di produrre energia pulita 24 ore su 24, ma messo a fianco di un impianto fotovoltaico con batteria al litio il CSP perde il confronto.

Il test del deserto

Lo scorso 7 luglio, nel cuore arido dello Xinjiang, è entrato in esercizio di prova il megaprogetto CTGR Hami da un milione di kilowatt — un ibrido che combina solare termodinamico a concentrazione e fotovoltaico, il più grande impianto “Linear Fresnel” mai realizzato per uso commerciale in Cina. Il dato è stato diffuso da SolarPACES: la fase di esercizio commerciale di prova è scattata esattamente il 7 luglio 2026. E qui si gioca la partita vera.

Hami non è un esperimento fine a sé stesso. È il banco di prova per una domanda secca: un sistema di accumulo termico a sali fusi capace di garantire otto ore di erogazione può costare meno, nel ciclo di vita dell’impianto, di un banco di batterie al litio equivalente? La domanda è tutt’altro che accademica, perché il prezzo delle batterie scende ogni trimestre. La sfida, come ha sintetizzato Electrek, non è dimostrare che Hami funzioni — su quello ci sono pochi dubbi — ma se saprà garantire quelle otto ore a un costo sufficientemente basso, anno dopo anno, da reggere la concorrenza di dispositivi che diventano più economici a ogni stagione che passa.

La posta in gioco va oltre il singolo impianto. La Cina, con i suoi 2,1 GW di CSP già operativi a metà 2026, sta industrializzando lo stoccaggio a sali fusi su scala utility mentre il resto del mondo tratta il solare termodinamico come un ramo secco. È una strategia “agnostica”, come è stata definita: i cinesi provano, testano, confrontano. Non scommettono su una sola tecnologia ma mettono sul tavolo più opzioni, esattamente come hanno fatto in altri settori. L’impianto a Fresnel lineare di Hami, con la sua architettura diversa dalle torri a sali fusi più note, serve anche a questo: capire quale configurazione tecnica può avvicinarsi di più alla competitività economica.

La carta nascosta: convertire il carbone

Se lo storage termico fatica a battere le batterie quando si costruisce da zero, potrebbe trovare una seconda vita proprio dove il carbone muore. È già un’offerta commerciale: Aalborg CSP propone la riconversione di centrali a carbone in sistemi di accumulo termico a sali fusi, riutilizzando gran parte delle infrastrutture esistenti — ciclo a vapore, turbine, connessione alla rete — e sostituendo la caldaia a carbone con serbatoi di sali fusi. Nella nuova configurazione, i sali vengono riscaldati elettricamente dal surplus di fotovoltaico ed eolico quando la rete è in eccesso di offerta; l’energia termica accumulata viene poi restituita alla rete su richiesta, sfruttando gli stessi apparati di generazione e trasmissione che prima bruciavano carbone.

È uno scenario che allarga il campo delle possibilità e ridisegna i contorni della partita. Forse la strategia cinese non è semplicemente battere le batterie al litio sul loro stesso terreno, ma creare un mercato parallelo dove l’accumulo termico gioca con regole diverse, a cominciare dal recupero di asset industriali esistenti. Per ora, però, il faro resta su Hami: da quell’impianto nel deserto dello Xinjiang uscirà il numero che conta davvero — il costo per kilowattora dell’accumulo termico messo a confronto con quello di un sistema fotovoltaico più batterie di taglia equivalente. Un numero che potrebbe ridisegnare le strategie energetiche globali, o confermare che il CSP appartiene al passato.