La protesta dei delegati del personale ha bloccato il piano, che prevede 35mila tagli entro il 2030

Mario lavora alla catena di montaggio di Wolfsburg da vent’anni. Dall’inizio di questa estate guarda il cartellino con un’aria diversa: lo scorso 9 luglio il Gruppo Volkswagen ha presentato un piano di ristrutturazione da 12 iniziative e un orizzonte al 2030. Dentro ci sono numeri che per chi sta in fabbrica significano una sola cosa: 35.000 posti in meno entro il 2030, una promessa di «modalità socialmente responsabile» e 15 miliardi di euro di risparmi. Mario non sa ancora se la sua linea chiuderà, ma sa che l’aria è pesante. Ed è un’aria che da Wolfsburg arriva fino a Emden, Zwickau, Hannover.

In fabbrica si respira aria di tagli

La giornata di Mario comincia con il caffè alle cinque e mezzo e la lettura veloce dei giornali locali. «Taglieranno 35.000 posti», ripete ai colleghi più giovani davanti al tornello. Non è una voce di corridoio: secondo quanto riportato dalla BBC, le parti sociali hanno concordato un taglio di oltre 35.000 posti in Germania entro il 2030, con l’obiettivo di risparmiare circa 15 miliardi di euro. La formula è quella della «responsabilità sociale» — prepensionamenti, uscite volontarie, nessun licenziamento forzato sulla carta. Ma quando mancano cinque anni alla fine del decennio, chi ha un mutuo e due figli al liceo non dorme lo stesso sonno di chi progetta i numeri al settimo piano della torre direzionale.

I numeri del piano: meno modelli, più cassa

La strategia del gruppo ha una logica industriale che parte da un dato semplice: bisogna produrre meno modelli, ridurre la complessità e concentrare la cassa dove rende di più. L’annuncio ufficiale parla di una riduzione della gamma fino al 50% e di una sforbiciata alle opzioni di allestimento fino al 75%. Per chi compra una Volkswagen significa, in prospettiva, trovare meno varianti di motore, meno pacchetti optional, meno colori. In cambio, l’azienda punta a una capacità produttiva stabile intorno ai 9 milioni di veicoli all’anno, una cifra coerente con la domanda attuale e con la necessità di non gonfiare gli stock.

A rafforzare la cassa ha contribuito, a fine giugno, la cessione della maggioranza di Everllence, che ha portato nelle casse del gruppo circa 7,4 miliardi di euro. Una boccata d’ossigeno che il direttore finanziario Arno Antlitz può usare per finanziare la transizione senza dover ricorrere a ulteriori sacrifici immediati. Intanto, alcuni mercati danno segnali positivi: nel primo trimestre di quest’anno Volkswagen è entrata come leader in Cina e ha raggiunto in Sud America la quota di mercato più alta da oltre dieci anni a questa parte. Eppure, mentre i numeri del consiglio di amministrazione mostrano una rotta, nel consiglio di sorveglianza il vento è tutt’altro che favorevole.

Il voto che spacca il futuro

Lo stesso giorno in cui il board esecutivo ha illustrato il pacchetto di misure, il comitato ha votato. E ha detto no. Con 12 voti contrari e 7 favorevoli, la proposta di ristrutturazione è stata respinta dopo l’opposizione dei rappresentanti dei lavoratori, come riportato da Euronews. Dentro il consiglio di sorveglianza siedono, per legge tedesca, i delegati del personale e i rappresentanti del Land della Bassa Sassonia, azionista di riferimento. Christiane Benner, leader di IG Metall, lo ha detto senza giri di parole: nessun piano di efficienza può passare se non garantisce i posti di lavoro e il futuro degli stabilimenti.

Il risultato è un paradosso che chi lavora in amministrazione conosce bene. Da un lato, l’azienda ha bisogno di snellirsi per reggere la concorrenza di Stellantis e Ford, e per finanziare gli investimenti su Audi e Porsche. Dall’altro, senza il placet dei lavoratori nessun piano di ristrutturazione può decollare davvero, o può farlo solo al prezzo di uno scontro che rischia di bloccare la produzione. La direzione guidata da Oliver Blume ora ha due strade: rinegoziare le condizioni, ammorbidendo i tagli e allungando i tempi, oppure forzare la mano e rischiare mobilitazioni dentro e fuori i cancelli. In entrambi i casi, chi sta in linea come Mario sa che nei prossimi mesi la vera trattativa non sarà sulle percentuali di riduzione della complessità, ma su quanti posti spariranno e su quali territori verranno toccati.

Le 12 iniziative e il quadro obiettivo 2030 restano, sulla carta, la bussola del gruppo. Ma se il consiglio di sorveglianza si spacca in questo modo, la rotta è tutto meno che scritta. E il paradosso è tutto qui: il piano che doveva dare certezze al mercato ha aperto invece la fase di incertezza più grande per chi, da Hannover a Zwickau, timbra il cartellino ogni mattina.