L’idroelettrico storico piemontese si aggiunge a un parco impianti che oggi conta undici centrali in Italia

Avete presente quei video che scorrono senza sforzo sullo smartphone mentre siete in treno, o il backup automatico delle foto che parte in silenzio mentre dormite? Dietro ogni pixel c’è un data center, e dietro ogni data center c’è — sempre più spesso — un fiume. Non uno qualsiasi: un fiume italiano, con una storia centenaria. Lo scorso 10 luglio, la società italiana di servizi informatici Aruba ha acquisito tre centrali idroelettriche in Piemonte, portando a undici il totale dei suoi impianti nel Paese. La notizia, passata sottotraccia, racconta in realtà una trasformazione profonda: il tentativo di accorciare la distanza tra bit e acqua, producendosi in casa l’energia che serve a far funzionare la nostra vita digitale.

L’illusione dell’energia invisibile

Il cloud sembra una nuvola leggera, ma poggia su fondamenta di cemento e acciaio che divorano elettricità. Quanto consuma, in concreto, il nostro stile di vita iperconnesso? I numeri fanno impressione: nel 2025, secondo l’Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, la capacità complessiva dei data center in Italia era di 609 MW. E non siamo che all’inizio: nello scenario più probabile, sempre secondo il Politecnico, quella potenza potrebbe raggiungere 2,3 GW entro il 2035, fino a 4,6 GW in quello più estremo. È come se da qui a dieci anni accendessimo altre due o tre città medie, nascoste dentro capannoni anonimi. Il problema non è solo quanta energia serve, ma da dove arriva. Perché se per alimentare i nostri bit usiamo fonti fossili, l’impronta ambientale del digitale smette di essere un’astrazione da conferenza e diventa un costo reale, in bolletta e in emissioni. E allora da dove arriva tutta questa energia?

Dal fiume al bit: la scommessa di Aruba

La risposta arriva dal Piemonte, dove un’azienda italiana ha appena messo le mani su tre antiche centrali idroelettriche. Non è un fulmine a ciel sereno: il percorso di Aruba nell’idroelettrico inizia già nel 2020, con l’investimento in Idroelettrica Veneta e l’ingresso di quattro centrali. Nel 2024 l’azienda ha riattivato una centrale storica a Melegnano, alle porte di Milano, risalente ai primi del Novecento: un intervento di restauro conservativo e ammodernamento tecnologico che ha rimesso in funzione turbine ferme da decenni. Con l’acquisizione piemontese dello scorso luglio, il parco impianti sale a undici centrali in Italia. L’amministratore delegato Stefano Cecconi lo ha spiegato senza giri di parole: «Ogni nuova centrale che entra nel nostro parco impianti aumenta la quota di energia pulita che produciamo direttamente e mettiamo al servizio delle infrastrutture digitali del Paese», ha dichiarato ad Adnkronos. Tradotto: più acqua che gira, meno gas che brucia — e meno oscillazioni di prezzo legate ai mercati energetici internazionali.

La strategia non è passata inosservata. Sempre nelle scorse settimane, Aruba ha vinto il Premio Pimby Green 2026 con un progetto che incarna questa stessa logica: il Global Cloud Data Center IT3 a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Il riconoscimento è stato ritirato da Fabio Biancucci, Head of Data Center Design and Construction Team dell’azienda, per un progetto che combina la rigenerazione di un’area industriale dismessa con lo sviluppo di infrastrutture digitali alimentate anche da fonti rinnovabili. L’idea è semplice: prendere un pezzo di territorio che aveva perso la sua funzione, restituirgli vita e collegarlo direttamente a una fonte pulita. Non è beneficenza ambientale, è calcolo industriale: chi controlla la propria energia controlla i propri costi, e in un settore dove i margini si fanno sul prezzo del kilowattora, la differenza sta tutta lì. Il premio Pimby Green 2026 è stato assegnato proprio per questa «capacità di integrare infrastrutture», ha sottolineato QualEnergia: far dialogare digitale ed energia senza sovrapporli male.

La partita a scacchi dell’energia

Se Aruba punta sull’idroelettrico storico, altri giganti giocano con carte diverse. Equinix, colosso americano dei data center neutrali, ha firmato un power purchase agreement decennale con la francese Neoen: 53 MW da sette progetti solari nel nord Italia, sufficienti a coprire il 100% del fabbisogno elettrico dei suoi data center italiani. L’accordo, riportato da Data Center Dynamics, è un matrimonio a lungo termine che fissa il prezzo dell’energia per dieci anni, blindandosi contro le impennate future. AWS, dal canto suo, ha investito in 27 progetti di energia rinnovabile sul territorio italiano: tra questi c’è il più grande parco agrivoltaico attivo del Paese, a Mazara del Vallo, in Sicilia — pannelli solari e agricoltura che convivono sullo stesso terreno. La diversità degli approcci è evidente: Aruba acquista centrali vecchie e le rimette in funzione, Equinix firma contratti a lungo termine con produttori terzi, AWS costruisce nuova capacità da zero. Non esiste una ricetta unica, ma l’obiettivo è identico: non dipendere più dal prezzo del gas per far girare i server.

Per chi utilizza servizi digitali — e siamo praticamente tutti — questa partita ha conseguenze molto concrete. Un data center alimentato a gas è esposto alle impennate dei prezzi che abbiamo visto nei momenti di crisi geopolitica: quei rincari, prima o poi, si scaricano sugli abbonamenti cloud, sullo storage delle aziende, persino sul costo dei servizi pubblici digitali. Un data center che si alimenta con acqua di fiume o sole italiano è invece molto più stabile, e quella stabilità si traduce in costi prevedibili. Non è una questione da ingegneri: è una questione da bolletta, presente o futura. Alla fine, chi ci guadagna è il sistema — e forse anche il nostro portafoglio.

La prossima volta che accendete il computer, ricordate: dietro c’è un fiume. E non è solo una metafora. Scegliere servizi digitali alimentati da energia pulita non è più un atto di fede, ma una possibilità concreta — per le aziende e per tutti noi. Basta sapere che esiste, e pretendere che chi ci vende bit ci dica anche da quale acqua, o da quale sole, sono stati generati.