Il colosso brasiliano ha tagliato dal piano le emissioni della filiera, pari a 184 milioni di tonnellate di CO2.

Sei davanti al banco frigo del supermercato, un pacchetto di carne tra le mani. Sulla confezione campeggia la scritta “net zero”. Ti fidi — è un’azienda grande, quotata in Borsa, con bilanci pubblici e impegni firmati. Poi, un mese fa, scopri che quella stessa azienda ha cancellato la promessa. È successo con JBS, il secondo produttore di carne al mondo, che lo scorso luglio ha ritirato in silenzio il suo obiettivo di zero emissioni nette entro il 2040. Il ritiro è arrivato a ridosso della pubblicazione del report non finanziario 2025 di JBS, il documento in cui l’azienda rivendica i progressi fatti: meno emissioni per chilo di prodotto, quasi 290 milioni di dollari investiti in efficienza, il 99% del bestiame tracciato. Tutto vero, tutto misurabile. Ma quella promessa — “net zero entro il 2040” — è sparita. E la distanza tra quello che un’etichetta dice e quello che un’azienda fa davvero, all’improvviso, è diventata incolmabile.

La promessa che svanisce

Non è la prima volta che JBS finisce sotto i riflettori per le sue dichiarazioni ambientali. Nel 2024, la procuratrice generale di New York Letitia James aveva citato in giudizio JBS USA per pubblicità ingannevole: l’accusa era di aver pubblicizzato l’obiettivo net-zero entro il 2040 senza avere alcun piano concreto per raggiungerlo. Lo scorso novembre l’azienda ha chiuso la causa con un accordo: 1,1 milioni di dollari versati a programmi di agricoltura climaticamente intelligente per gli agricoltori dello Stato di New York, più l’impegno a riformare le proprie pratiche di marketing ambientale e a presentare rapporti annuali all’ufficio del procuratore per i tre anni successivi.

Otto mesi dopo quell’accordo, JBS ha fatto un passo ulteriore: ha ritirato del tutto l’obiettivo net-zero. Secondo Jason Weller, dirigente dell’azienda, la decisione va interpretata come un «affinamento» degli obiettivi verso le emissioni che l’azienda può controllare operativamente. Tradotto: JBS si concentrerà solo su ciò che avviene dentro i propri cancelli — gli stabilimenti, i trasporti interni, i consumi energetici diretti. Tutto il resto — allevamenti, mangimi, deforestazione indiretta, trasporto dei prodotti finiti — esce dall’inquadratura. Non è un dettaglio tecnico: è un cambio di prospettiva che ridisegna completamente il perimetro della responsabilità aziendale.

Nel frattempo, il colosso brasiliano ha continuato a investire sulla propria immagine operativa: nel maggio 2025 ha firmato un contratto nazionale con il sindacato UFCW che copre 26.000 dipendenti in 14 stabilimenti statunitensi, ha completato la doppia quotazione alle Borse di New York e San Paolo, e ha portato circa il 99% del bestiame processato dal marchio Friboi sulla piattaforma di tracciabilità Transparent Livestock. Sono numeri che raccontano un’azienda solida, attenta ai processi interni. Ma restano numeri che riguardano il perimetro controllabile. E il problema climatico della carne sta quasi tutto fuori da quel perimetro.

I numeri che contano davvero

Per capire la posta in gioco bisogna guardare a come si classificano le emissioni di un’azienda. Lo Scope 1 riguarda ciò che esce direttamente dai camini e dai tubi di scarico dell’azienda. Lo Scope 2 sono le emissioni legate all’energia elettrica acquistata. Lo Scope 3 è tutto il resto: la filiera a monte e a valle. Nel caso di un produttore di carne, lo Scope 3 include la deforestazione per i pascoli, il metano emesso dai bovini, i fertilizzanti usati per i mangimi, il trasporto dei prodotti ai supermercati. È la parte di gran lunga più pesante. Nell’ultimo anno, le emissioni Scope 3 di JBS hanno superato i 184 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Per dare un ordine di grandezza: è più delle emissioni totali dell’intero Pakistan in un anno.

JBS ha riprogettato i suoi obiettivi concentrandosi esclusivamente su Scope 1 e Scope 2. In quel perimetro ristretto, i risultati ci sono: nel 2025 l’intensità delle emissioni dirette è scesa del 18,8% rispetto al 2019, superando il target intermedio del 16,4%. L’azienda ha investito 289,73 milioni di dollari in progetti di efficienza operativa — conservazione dell’acqua, riutilizzo, riduzione dell’intensità idrica. Sono miglioramenti reali, che toccano consumi e costi vivi. Ma se il termometro della febbre climatica lo applichi solo dove la temperatura è già bassa, il paziente resta grave. Cancellare lo Scope 3 da un obiettivo net-zero è come dire che si vuole smettere di fumare ma si contano solo le sigarette spente a metà.

Cosa significa per chi compra

JBS non è l’unica azienda della carne ad aver fatto marcia indietro sulle promesse verdi. Lo scorso novembre, Tyson Foods — altro gigante del settore — ha accettato di smettere di usare dichiarazioni come “net-zero” e “climate-smart beef” per cinque anni, a meno che un esperto indipendente non certifichi che siano sufficientemente supportate dai dati. L’accordo è arrivato dopo una causa intentata da Earthjustice. Due colossi, due ritirate, stesso schema: promesse ampie, verifiche assenti, e quando qualcuno controlla, l’impegno si restringe o scompare. Per chi fa la spesa, il messaggio è chiaro: i bollini green sulla carne — quelli generici, senza una certificazione indipendente e senza un perimetro dichiarato — vanno guardati con scetticismo. Non perché siano sempre falsi, ma perché quasi mai dicono tutta la verità. E la parte che manca è quasi sempre la più importante.

La prossima volta che vedrete un bollino “net zero” su una confezione di carne, chiedetevi: cosa copre davvero? Le emissioni degli stabilimenti, quelle che l’azienda può ridurre cambiando le lampadine e ottimizzando i motori? O copre anche la deforestazione, il metano animale, la filiera dei mangimi? Perché se la risposta è solo la prima, quel bollino non vi sta dicendo quasi nulla. E JBS, con il suo ritiro silenzioso, lo ha appena ammesso.