Il sistema DMF+AD combina filtrazione a membrana e digestione anaerobica, trasformando i reflui di Kanpur in biogas ed elettricità
Vi è mai capitato di passeggiare lungo un fiume e chiedervi se quell'acqua fosse davvero pulita? Per milioni di persone che vivono lungo il Gange, questo dubbio è una realtà quotidiana. Eppure, proprio da Kanpur, una delle città più inquinate dell'India, arriva un'analisi che ribalta i conti della depurazione: trattare le acque reflue può smettere di essere solo una spesa e diventare un'opportunità economica concreta. Parliamo di quasi 8 milioni di dollari di profitti annui potenziali, generati da un sistema che mentre pulisce l'acqua produce anche elettricità. Non è fantascienza: è un impianto integrato di filtrazione a membrana e digestione anaerobica, già testato con le acque di scarico del quartiere industriale di Jajmau.
Un fiume sacro, una ferita aperta
Prima di arrivare ai numeri che fanno girare la testa, serve un passo indietro. Il Gange non è solo un fiume: per centinaia di milioni di indiani è un simbolo religioso, una risorsa agricola, una fonte di acqua potabile. Ed è anche uno dei corsi d'acqua più inquinati del pianeta. Oltre il 75% delle acque reflue generate nelle città lungo il Gange finisce nel fiume senza alcun trattamento. A Kanpur, metropoli da oltre cinque milioni di abitanti, si producono tra 376 e 550 milioni di litri di acque reflue al giorno. Un volume impressionante, per decenni scaricato in gran parte direttamente nel fiume.
La situazione è talmente grave che già nel gennaio 1988 la Corte Suprema indiana intervenne con direttive specifiche sulle concerie di Jajmau, il polo industriale alle porte di Kanpur, responsabili di buona parte dell'inquinamento da metalli pesanti e solventi. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma il cambiamento vero è arrivato solo negli ultimi anni. Il drenaggio Sisamau, che scaricava circa 140 milioni di litri al giorno di liquami non trattati e reflui industriali direttamente nel Gange, è stato intercettato. E a dicembre 2023 è stato inaugurato l'impianto comune di trattamento degli effluenti di Jajmau, con una capacità di 20 milioni di litri al giorno. Un primo passo necessario, ma insufficiente da solo a invertire decenni di degrado.
Dallo scarico alla centrale elettrica: come funziona DMF+AD
È qui che entra in gioco il sistema integrato oggetto dello studio. La tecnologia ANDICOS, sviluppata in Belgio e testata proprio con le acque reflue raccolte dall'impianto di Jajmau, combina due processi: la filtrazione diretta a membrana, che separa i solidi sospesi e buona parte degli inquinanti organici, e la digestione anaerobica, che trasforma la materia organica concentrata in biogas. Il sistema si chiama DMF+AD, acronimo di direct membrane filtration più anaerobic digestion. In parole povere: invece di diluire e disperdere, concentra e recupera.
I risultati fanno impressione. Secondo lo studio, il sistema ha raggiunto una riduzione dell'83% dello scarico di inquinanti nel fiume rispetto alle acque reflue non trattate. La rimozione del COD — la domanda chimica di ossigeno, l'indicatore chiave dell'inquinamento organico — ha sfiorato il 91%, mentre i solidi sospesi totali sono stati abbattuti di circa il 99%. Sul fronte del recupero energetico, il tasso di recupero del COD arriva al 58%: più della metà dell'inquinamento organico viene convertito in una risorsa anziché essere smaltito.
Poi ci sono i conti economici, ed è qui che la faccenda si fa interessante anche per chi non si occupa di ingegneria sanitaria. Un impianto su larga scala da 130 milioni di litri al giorno — dimensioni realistiche per una città come Kanpur — potrebbe produrre circa 1.136 gigawattora di elettricità al giorno, già al netto del consumo energetico dell'ultrafiltrazione. Tradotto in denaro, il modello DMF+AD potrebbe generare profitti annuali di quasi 8 milioni di dollari attraverso il solo recupero energetico. Per dare un termine di paragone: stiamo parlando di un impianto di depurazione che, invece di pesare sulla bolletta pubblica, si ripaga e produce utili. Non male per un'infrastruttura che storicamente è considerata un buco nero nei bilanci comunali di mezzo mondo.
Certo, il passaggio dalla scala pilota a quella reale non è automatico. Kanpur genera fino a 550 milioni di litri di acque reflue al giorno, quindi servirebbero più moduli in parallelo e una rete di collettamento adeguata. Ma la direzione è chiara: la tecnologia esiste, i numeri sono stati misurati, e il salto dimensionale è una questione di investimenti, non di incognite tecniche.
E in Italia? L'acqua sporca come risorsa
Se allarghiamo lo sguardo, il caso di Kanpur non è isolato. Nella stessa India, l'impianto Naini da 80 milioni di litri al giorno produce circa 5.900 unità di elettricità al giorno tramite pannelli solari e biogas. L'impianto gemello da 42 milioni di litri, con un parco solare da 1.000 kW, ne genera circa 3.850. Numeri rispettabili, ma che impallidiscono di fronte ai 1.136 gigawattora (pari a 1.136.000 unità) stimati per il sistema DMF+AD a 130 MLD. Il salto di efficienza non è marginale: è un ordine di grandezza completamente diverso, reso possibile proprio dall'integrazione spinta tra filtrazione a membrana e digestione anaerobica.
Per un lettore italiano, la domanda è immediata: potrebbe funzionare anche qui? I nostri depuratori sono diffusi, ma in larga parte obsoleti e affamati di energia. Secondo i dati più recenti, il trattamento delle acque reflue assorbe una fetta consistente dei consumi elettrici dei comuni. Un sistema capace di trasformare il costo energetico in un ricavo cambiarebbe radicalmente l'equazione. Non si tratta di importare un modello tale e quale — le condizioni idrogeologiche, la composizione dei reflui e la scala degli impianti italiani sono diverse — ma il principio è trasferibile: concentrare gli inquinanti per recuperare energia, anziché diluirli spendendo elettricità. In un Paese dove la transizione energetica è spesso raccontata come un sacrificio, il messaggio che arriva dalle rive del Gange è sorprendentemente pratico: a volte, pulire l'acqua conviene. E pure parecchio.
Forse è il momento di guardare all'acqua sporca non come un rifiuto, ma come una risorsa energetica. Il fiume più sacro dell'India, tra mille contraddizioni, sta diventando un laboratorio per il resto del mondo. E ci insegna che la depurazione può smettere di essere solo una voce di costo in un bilancio pubblico: con la tecnologia giusta, diventa un investimento che si ripaga da solo.




