La nuova mappa ISPRA censisce 957 sorgenti principali e mostra quanto sia sottile il confine tra risorsa strategica e vulnerabilità

Lo scorso 13 luglio, con una pubblicazione passata quasi sotto traccia, l’ISPRA ha diffuso la prima panoramica nazionale armonizzata dei sistemi di acque sotterranee che il paese vede da decenni. Il dato che emerge dalla Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000 è di quelli che costringono a fermarsi: più dell’84 per cento dell’acqua potabile consumata in Italia proviene da falde acquifere. Un primato europeo che, a seconda di come lo si guarda, è una fortuna geologica o un’esposizione sistemica.

Per avere un termine di paragone basta allargare lo sguardo ai Ventisette: secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nell’UE-27 le acque sotterranee forniscono il 65 per cento dell’acqua potabile e il 25 per cento di quella destinata all’irrigazione agricola. L’Italia, con la sua soglia superiore all’84 per cento, si stacca di quasi venti punti dalla media continentale. Nessun altro grande paese europeo ha una dipendenza così marcata da ciò che si nasconde sotto la superficie.

Italia, il primato fragile

La Carta Idrogeologica, frutto di un processo WebGIS partecipativo che ha coinvolto università, enti di ricerca e autorità di bacino, è organizzata in quattro fogli corredati da note, tabelle e una versione online. Non è soltanto un esercizio cartografico: è il tentativo di dare una geografia aggiornata a una risorsa che finora il paese ha in gran parte prelevato senza conoscerne a fondo la distribuzione. Una lacuna che pesa, se si considera che dai soli acquiferi italiani vengono emunti ogni anno 2,7 miliardi di metri cubi di acqua potabile, pari, secondo ISPRA, all’80 per cento dell’acqua di sorgente utilizzata per usi domestici.

La cifra è imponente se letta accanto a quella europea, ma acquista un significato ulteriore se incrociata con la struttura idrografica italiana: una penisola dove i corsi d’acqua superficiali sono brevi, a regime torrentizio, e dove le grandi pianure alluvionali – la Pianura Padana in testa – funzionano da immensi serbatoi naturali. È lì che si concentra la gran parte della ricchezza idrica sotterranea. Ma è proprio in quei territori che insistono anche i distretti industriali più intensivi d’Europa, e con loro la pressione antropica che trasforma una risorsa in una potenziale passività ambientale.

Qui il discorso smette di essere geologico e diventa di economia del territorio. Non è un caso che il caso Miteni, scoppiato in provincia di Vicenza, venga citato ormai come lo spartiacque della consapevolezza pubblica sulla vulnerabilità delle falde italiane. E non è un caso neppure che la nuova mappa ISPRA arrivi proprio mentre la siccità intermittente degli ultimi anni sta riscrivendo i bilanci idrici regionali.

957 sorgenti, un solo punto debole

Tra i dati che la Carta mette per la prima volta in fila ce n’è uno che colpisce per la sua apparente solidità. Secondo ISPRA, sono state censite 957 sorgenti principali con una portata superiore a 10 litri al secondo. Un reticolo diffuso, che sembrerebbe suggerire una certa resilienza distribuita. Ma la geologia racconta un’altra storia: molte di queste sorgenti alimentano corpi idrici che, nei fatti, sono interconnessi. Un punto di contaminazione, se abbastanza profondo, può propagarsi lungo l’intera falda per chilometri.

È esattamente quanto accaduto a Trissino, dove l’impianto Miteni – oggi dismesso e al centro di una delle vicende giudiziarie e sanitarie più complesse del Nordest – insisteva su una delle falde acquifere più estese del continente, che riforniva oltre 350.000 residenti tra Vicenza, Padova e Verona. La contaminazione da PFAS, emersa nel 2013 e tuttora oggetto di bonifica, ha mostrato con brutalità quanto sia sottile il diaframma che separa un bacino idrico strategico da un punto di pressione chimica. Non servono mille sorgenti inquinate per mettere in crisi un sistema: ne basta una, se collocata nel punto sbagliato.

La Carta Idrogeologica non risolve questo problema – non è il suo scopo – ma lo rende finalmente visibile su scala nazionale. Sapere dove sono i corpi idrici, come si connettono e quali volumi mobilitano è il prerequisito per qualsiasi politica di prevenzione. Senza una mappatura aggiornata, il monitoraggio resta episodico e la pianificazione territoriale procede alla cieca su una risorsa che, per definizione, non si vede.

C’è poi la questione climatica, che fa da acceleratore a tutte le fragilità preesistenti. L’84 per cento di dipendenza dalle falde significa che in un’annata di scarsa ricarica – inverni secchi, neve ridotta sulle Alpi, piogge primaverili irregolari – il sistema non ha alternative superficiali su cui ripiegare. In altre parole: se il serbatoio sotterraneo si contrae, l’Italia beve meno. Non è uno scenario teorico: lo scorso biennio, con il Po in magra storica, diversi acquedotti hanno registrato abbassamenti piezometrici tali da richiedere limitazioni all’emungimento. La nuova carta ISPRA arriva quando la domanda di governance del sottosuolo è già matura.

La cifra da sorvegliare

Con la mappatura ora disponibile, il passo successivo diventa il monitoraggio continuo delle portate e dei livelli di falda. I 2,7 miliardi di metri cubi prelevati ogni anno dalle sorgenti italiane sono il numero da tenere d’occhio: se quel volume dovesse scendere per via di ricariche insufficienti, o se dovesse salire la quota non potabilizzabile per contaminazione, l’Italia scoprirebbe di avere un problema idrico strutturale, non episodico. La Carta Idrogeologica non dà risposte definitive, ma per la prima volta permette di fare le domande giuste sui luoghi giusti.